March 5, 2018

19. Roma: dal regno all’Impero

Roma: dal regno all’Impero

Alle origini Roma fu governata da sette Re che costituiscono il trait d’union fra la realtà mitica e il divenire storico; per tal motivo queste figure emblematiche sono paragonabili, sotto diversi aspetti, ai sette Manu purāṇici dell’India, poiché ognuno di loro ha dotato lo Stato d’una sua legislazione. Questi governanti ricordano anche i sette ṛṣi e i sette pianeti corrispondenti alle diverse scienze che si sono sviluppate durante i loro regni. L’ultimo re, Tarquinio il Superbo, è passato alla storia per la crudeltà della sua tirannia e per questo motivo il Senato e il popolo romano si sollevarono e lo bandirono dalla città. Lo Stato da quel momento fu radicalmente trasformato in una Repubblica.
Il titolo di Rex (Re) rimase, ma come carica suprema che esprimeva la sola autorità sacerdotale, quindi privato di qualsiasi potere temporale. Al posto del Re come sovrano temporale, furono eletti due Consoli; uno era espressione della casta patrizia, l’altro di origine plebea: questa soluzione si proponeva di fare in modo che i consoli potessero controllarsi l’un l’altro e scongiurare così il pericolo di ricadere in un’altra tirannia. Inoltre, il mandato consolare aveva una durata di un solo anno. Questo cambio di regime ricevette l’approvazione autorevole dell’Oracolo di Delfi. Come si può notare, la religione dei Romani, che era di origine pitagorica, aveva molte somiglianze con quella dei greci. Le due religioni avevano in comune diversi santuari e si riconoscevano l’un l’altra; inoltre, sia i greci sia i romani si rispettavano e si riconoscevano reciprocamente non barbari. Lentamente, nel corso dei secoli, il patriziato dovette cedere maggiori poteri amministrativi ai plebei, specialmente alla classe dei guerrieri (cavalieri, lat. Equites, sskrt. Kṣatriya). Pur mantenendo il pieno controllo del Senato e delle funzioni sacerdotali, i patrizi con il ridimensionamento del potere temporale del Re e il depotenziamento degli uffici sacri, subirono una graduale perdita della loro supremazia, che cercarono di compensare con il rafforzamento della loro egemonia nell’esercito, che costituiva la spina dorsale della Repubblica romana. Infatti, la coorte di cavalieri d’élite era formata da giovani patrizi, mentre il resto della cavalleria era l’espressione degli Equites. La fanteria dell’esercito romano, ben organizzato, ben addestrato e disciplinato era, invece, composta da uomini liberi. L’arte e la scienza della strategia e della tattica raggiunsero valori così alti che nessun esercito in Europa, Africa e Asia occidentale avrebbe potuto eguagliarle.

A Roma, la religione era chiaramente distinta in essoterismo ed esoterismo. L’essoterismo corrispondeva ai rituali familiari e pubblici; spesso si avvaleva di sacrifici collegati a eventi cosmici o a celebrazioni della Repubblica. L’esoterismo non doveva nascondersi per paura di persecuzioni o restrizioni da parte dei culti pubblici, come accadde nelle religioni di origine semitica. Semplicemente, le diverse sādhanā che, come in Grecia, avevano la forma di Misteri, mantenevano una certa riservatezza, in modo che i rituali non fossero sconsacrati dalla presenza di profani o curiosi. I patrizi che desideravano ricevere la dīkṣā, avevano a loro disposizione i Misteri pitagorici, di cui abbiamo già parlato in precedenza. Le Matrone, le signore patrizie, ricevevano l’iniziazione ai Misteri della Bona Dea, di antica origine latina.
Per i plebei c’erano iniziazioni (anch’esse d’origine pitagorica) caratterizzate dalle loro arti e mestieri. L’iniziazione cavalleresca aveva una gerarchia di tipo militare. Il generale (dux, inglese duke, duca) che eseguiva anche la funzione iniziatica di maestro (guru), aveva il titolo di Imperator (Imperatore). Al di sotto di questa funzione i suoi facenti funzione (upaguru) erano chiamati principi (principes), mentre gli iniziati (upāsaka)più avanzati ai misteri cavallereschi avevano il titolo di compagni (o conti) dell’Imperatore (Comites Imperatoris). I neofiti erano detti “tirocinanti” (tirones).
La fanteria era organizzata in compagnie di tipo religioso (sodalicia). Ogni compagnia aveva la sua organizzazione iniziatica diretta da sacerdoti di rango inferiore. Allo stesso modo i mercanti, i professionisti e i contadini erano raggruppati in confraternite simili (sodalicia), all’interno delle quali si poteva ricevere un’iniziazione professionale. Gli artigiani invece erano ordinati in collegi (collegia fabrorum), la cui organizzazione era molto simile a quella indiana delle śreṇi. Alla testa di un collegium c’era un maestro delle arti (magister atrium, sanscrito śilpācārya, sthapatī) o primo capo (princeps). I discepoli progrediti erano chiamati compagni (sodales, sskrt. karmasārathi, takṣaka) e gli apprendisti, tirones (sanscrito upaśikṣa, vardhakī).

La religione dei Romani rimaneva comunque molto aperta ai culti degli altri popoli, specialmente nei confronti dei Misteri dei greci. Molti giovani romani delle classi superiori erano soliti recarsi in Grecia per ricevere l’iniziazione ai Misteri Eleusini, Orfici, Kabiri o Dionisiaci; questa tendenza aumentò quando Roma conquistò la Grecia nel 230 a.C. Mentre Roma stava acquisendo sempre nuovi territori, le religioni dei popoli vinti erano progressivamente integrate nel Pantheon romano. Così avvenne che a Roma, capitale dell’Impero, si trasferirono rami dei Misteri Isiaici provenienti dall’Egitto, i Misteri Mitraici dalla Persia, i Misteri Caldei della Mesopotamia meridionale, i Misteri di Cibele (in latino Magna Mater) dalla Frigia, quelli di Baal dalla Siria, ecc. Nel I secolo a.C. a Roma e nelle principali città dell’Impero si annoveravano persino comunità Brāhmaṇa hindū e Śramaṇa buddhisti. A Roma furono costruiti templi per tutte le religioni che erano venute in contatto con l’Impero; inoltre vi erano diffuse, come pure in tutte le altre città dell’Impero, numerose comunità ebraiche. Ma il tipico esclusivismo delle religioni semitiche, basato sulla convinzione che il proprio Dio è l’unico ad essere vero, fu sempre di ostacolo all’integrazione dei loro culti nel Pantheon romano. Per questa ragione i Romani non potevano sopportare gli ebrei che si consideravano il “popolo eletto di Dio” e ritenevano che la loro religione fosse l’unica veritiera. Roma dunque adottò una politica particolarmente severa per gestire la “questione giudaica”: nel 70 d. C. i Romani devastarono il vassallo regno giudaico, distrussero il Tempio di Yehovah a Gerusalemme e dispersero gli ebrei deportandoli in tutte le province del loro vasto Impero.
Anche le divinità celtiche, l’iniziazione druidica e la religione di Cartagine non furono del tutto ben accette a Roma, perché quelle popolazioni che i romani chiamavano i galli e i cartaginesi erano gli unici nemici che avessero rappresentato una seria minaccia alla sopravvivenza della Città.
Cartagine, che si trovava sulla costa settentrionale dell’Africa, dopo tre sanguinose guerre, fu definitivamente sconfitta dai Romani e completamente distrutta. Invece la Gallia e la Britannia (attualmente Francia e Inghilterra), conquistate da Giulio Cesare e Claudio, si latinizzarono rapidamente. I Romani riconoscendo che la religione dei celti e gli insegnamenti segreti dei loro Druidi erano molto simili al Pitagorismo, rispettarono la tradizione dei celti, ma non se ne curarono mai molto perché consideravano i galli una popolazione barbara e potenzialmente ostile.

Ovunque il dominio di Roma arrivasse, lì veniva stabilita la Pace Romana (Pax Romana). La cittadinanza veniva concessa in molti dei regni conquistati e così i membri della classe equestre straniera andavano a rafforzare l’esercito. Per molti secoli all’interno dell’Impero non ci furono più guerre da combattere e quindi lo Stato prosperò. Nel primo secolo d.C. la città di Roma raggiunse i quattro milioni di abitanti. La capitale, come anche altre città, era adornata con splendidi templi e palazzi.
Strade lastricate collegavano tutte le province e ovunque gli acquedotti convogliavano l’acqua dalle montagne alle case private delle famiglie, ai pozzi e le fontane pubbliche. Fu in questo periodo di splendore che lo spirito austero dei Romani cominciò a rammollirsi e a corrompersi, soprattutto a causa dell’influenza dello stile di vita greco. La lotta tra le classi sociali germinò proprio per la suggestione esercitata della democrazia ateniese. Fu così che i gradi più alti fra gli iniziati ai Misteri Pitagorici unirono le loro forze a quelle dell’iniziazione cavalleresca e si formò un circolo culturale e intellettuale attorno al cavaliere Mecenate che raccoglieva i più grandi poeti pitagorici come Virgilio, Orazio, Properzio e Tibullo. Costoro indussero il patrizio Augusto, capo dell’esercito romano (Imperator) e nipote di Giulio Cesare, a sovrapporre la sua autorità di comandante dei cavalieri alla diarchia dei due capi di stato, i consoli: da quel momento il titolo di Imperatore acquisì il suo attuale significato di capo supremo dell’Impero. Questo non fu in realtà un colpo di stato come si potrebbe pensare, perché lo Stato, in quanto entità civile, accettò di sottomettersi volontariamente a un’autorità iniziatica che era riconosciuta e rispettata per la sua natura superiore. L’Imperatore, oltre ad essere il capo di tutte le organizzazioni iniziatiche romane e Comandante in Capo dell’Esercito, era anche Rex Sacrorum e Pontifex Maximus. Pertanto, questa riforma rappresentava in un certo senso una sacralizzazione dello Stato e il ripristino dell’antico Regno romano. Solo il Senato fu autorizzato a mantenere il suo potere di controllo al fine di impedire all’Imperatore una deriva autoritaria che avrebbe potuto condurlo alla tirannia. Con Augusto (63 a.C. – 14 d.C.) e la sua dinastia imperiale Giulia, Roma raggiunse la sua massima potenza e splendore.

D. K. Aśvamitra

19. Rome: from the Kingdom to the Empire

Rome: from the Kingdom to the Empire

In antiquity, Rome was ruled by seven Kings, characters participating in both mythical and historical reality. In fact, they are comparable in many ways to the seven Manus of the past, since each one of them brought a different legislation to the state. These rulers are reminiscent of the seven ṛṣi and the seven planets for the different sciences that were developed during their reigns. The last King, Tarquinius Superbus, has gone down in history for his cruelty and tyranny. For this reason, the Senate and the Roman people rebelled against him, banishing him from the city. The State was then radically transformed in a Republic. The title of Rex (King) remained just as the supreme priestly charge, but deprived of any temporal power. In place of the King, two Consuls were elected; one proceeding from the patrician caste and the second of plebeian origin, so that they could control each other, and avoid the danger of another tyranny. Moreover, the Consular mandate had a duration of one year only. This regime change received the approval from the very Oracle of Delphi. As it can be seen, the religion of the Romans, which was of Pythagorean origin, was very similar to that of the Greeks. The two religions had shrines in common and recognized each other; the Greeks didn’t regard the Romans to be barbarians nor the Romans considered the Greeks as barbarians.
Gradually the patriciate had to surrender more administrative powers to the plebeians, especially to the class of warriors (knights, Lat. equites, Sskr. kṣatriya), but they retained full control of the Senate and of the priestly functions. However, with the closure of the King’s temporal power, the depowering of the sacred offices represented a loss of power for the patriciate. This loss of power was, on the other hand, compensated with the strengthening of the patrician presence in the army, which became the backbone of the Roman Republic. In fact, the élite cavalry cohort was formed by young patricians, while the rest of the cavalry was the expression of the knights. The infantry, on the other hand, was composed by free men. The Roman army was well organized, well trained and disciplined; the art and science of strategy and tactics reached such high points that no army in Europe, Africa and Western Asia could match it.
In Rome, Religion was clearly divided into exoterism and esoterism. Exoterism corresponded to familiar or public rituals, often represented by sacrifices connected to cosmic events or celebrations for the Republic. Esotericism was not hidden by fear of persecution or restrictions by public cults, as happens in the religions of Semitic origin. Simply, the different sādhanās, just as in Greece, had the form of the Mysteries and therefore a certain reserve was maintained, so that the rituals were not deconsecrated by the presence of profane or curious people. Patricians who wished to receive the dīkṣā had at their disposal the Pythagorean Mysteries, of which we have already spoken on this Website. The matrons, that is to say the patrician Ladies, received the initiation to the Mysteries of Bona Dea (Good Goddess), of very ancient Latin origin. Instead, for the plebeians there were initiations (also of Pythagorean origin) characterized by their activities and occupations. The knightly initiation had a military structure. The general (dux, En. duke), who also performed the sacred function of master (guru), had the title of Emperor (Imperator). Under him the upagurus were called princes (principes), the most advanced upāsakas had the title of Comrades of the Emperor (Comites Imperatoris Engl. Counts of the Emperor) and the neophyte initiates were known as “trainees” (tirones).
The infantry was religiously organized in fellowships (sodalicia). Each of them had its initiatic organization under the guidance of priests of minor ranks. Likewise, the merchants, the artists and the peasants were grouped into similar brotherhoods (sodalicia), within which a professional initiation could be obtained. Instead, the artisans were organized in colleges (collegia fabrorum), whose organization was very similar to the Indian śreṇis. At the head of a collegium there was a master of arts (magister atrium, Sskr. śilpācāryasthapatī) or prince (princeps). The advanced disciples were called companions (sodales, Sskr. karmasārathitakṣaka) and the apprentices tirones (Sskr. upaśikṣavardhakī). The religion of the Romans, however, was very open to the religions of other peoples, especially towards the Greek Mysteries. Many young Romans of the upper classes used to travel to Greece to receive the initiation of the Eleusinian, Orphic, Kabyrian or Dionysian Mysteries. This increased when Rome, in its territorial expansion, conquered Greece in 230 BC. As Rome was conquering new territories, the religions of vanquished peoples were progressively integrated into the Roman Pantheon. Thus it happened that in Rome, capital of the Empire, were transferred the branches of the Isiac Mysteries proceeding from Egypt, the Mithraic Mysteries from Persia, the Chaldean Mysteries from the southern Mesopotamia, the Mysteries of Cybele (Lat. Magna Mater), from Phrygia, those of Baal from Syria etc. In the first century BC in Rome and in the main cities of the Empire there were even communities of Hindū Brāhmaṇas and Buddhist Śramaṇas. In Rome temples were built for all the religions that had come into contact with the Empire.
In Rome and in all the other cities of the Empire there were also Jewish communities. However, the typical exclusivism of the Semitic Religions claiming that their God is the only true one always obstructed the integration of their cult into the Roman Pantheon. The Romans could not put up with the Jews who considered themselves to be the “God’s chosen people” and regarded their religion as the only true. Rome adopted a particularly strict policy to control the Judaic question. In 70 AD the Romans ravaged their vassal Judean Kingdom, destroyed the Jehovah’s Temple of Jerusalem and dispersed the Jews deporting them in all the provinces of their vast empire.
Similarly Celtic deities and Druidic initiation nor the religion of Carthage were accepted in Rome, reason being that Celtic populations (the Gauls, Galli, as the Romans called them) and the Carthaginians were the only enemies that posed a serious threat to the survival of Rome. Carthage, which was located on the northern coast of Africa, after three bloody wars, was eventually defeated by the Romans and completely destroyed. Instead, Gaul and Britannia (at present France and England), conquered by Julius Caesar and Claudius, quickly became Latinized. The Romans recognized that the Religion of the Celts and the secret teachings of their Druids were very similar to Pythagoreanism. Rome, therefore, respected the religion of the Celts, but were never too fond of it, considering the Gauls a barbaric and potentially hostile population.
Wherever the dominion of Rome extended, the Roman Peace (Pax Romana) was established. Roman citizenship was granted to many of the subjugated kingdoms, so the members of the knight class also increased strengthening the army. For many centuries within the Empire there were no more wars to fight and, therefore, the State prospered. In the first century AD, the city of Rome reached four million inhabitants. The capital, as well as other cities, were adorned with splendid temples and palaces. Paved roads connected all the provinces and everywhere aqueducts channeled the water from the mountains to the houses of private families. In that period of splendour, the austere spirit of the Romans began to be soften and corrupt, mostly due to the influence of Greek lifestyle. The struggle between social classes germinated under the influence of Athenian democracy. Thus, the highest initiates of the Pythagorean Mysteries joined their forces with those of the chivalric initiation. A circle was formed around the knight Mecenas, collecting the greatest Pythagorean poets such as Virgil, Horace, Propertius and Tibullus. They induced the patrician Augustus, head of the Roman army (Imperator) and nephew of Julius Caesar, to superimpose his authority as master of the knights to that of the Chiefs of the State, the two Consuls. Thus the title of Emperor acquired its current meaning as supreme head of the Empire. This was not really a coup d’état, because the State, as a civil entity, agreed to voluntarily submit to an initiatic authority, that was recognized superior by nature. The Emperor, in addition to being the head of all the Roman initiatory organizations and Commander-in-Chief of the Army, was also Rex Sacrorum and Pontifex Maximus. Therefore, in some way, this reform represented a sacralisation of the State and the restoration of the ancient Roman Kingdom. Only the Senate was allowed to maintain its power of control in order to prevent the Emperor from being tempted to become a tyrant. With Augustus (63 BC-14 AD) and his imperial Julia dynasty, Rome reached its maximum power and splendour.

D. K. Aśvamitra