June 26, 2017

8. Atlantide: altre fonti (II)

Atlantide: altre fonti (II)

Non è solo Platone a ragguagliarci su Atlantide, ci sono anche altre fonti greche, egiziane, ebraiche e indiane.

A) Altre fonti greco-romane

Platone ci informa che per gli Atlantidi la vittima sacrificale preferita era il toro. Nella mitologia greca, il sacrificio del toro è stato stabilito durante l’Età del Bronzo dal Titano Prometeo, fratello di Atlante. Il sacrificio del toro accomuna gli Atlantidi a diverse popolazioni del bacino del Mediterraneo dove navigavano, avevano colonie, commerci e dove alcuni di loro fuggirono dopo il cataclisma, diffondendo la loro discendenza e assicurando così la sopravvivenza della loro Tradizione. La lotta con un toro o il suo sacrificio era presente ovunque si fosse diffusa l’influenza di Atlantide: nell’isola di Creta, nei rituali orgiastici greci del Dio Dioniso, nei Misteri persiani di Mitra, in Egitto, tra i Sumeri, fino alla Civiltà Indo-Sarasvatī. Ancora oggi in Spagna sopravvive la corrida che ha mantenuto molte caratteristiche rituali arcaiche. Evidentemente, la fase più crudele della storia di Atlantide coincise con la fine dell’Età del Bronzo (Dvapara yuga), quando il Punto equinoziale primitivo era in Toro (vṛṣabha, 4300-2200 a. C.).
In altre narrazioni, il crollo di Atlantide sembra coincidere con il diluvio di Deucalione, che inaugurò l’attuale Età del Ferro (kali yuga), dominata dall’ignoranza, dall’ira e dall’avidità.
Il lungo periodo di degenerazione di Atlantide interruppe la trasmissione regolare delle iniziazioni e delle conoscenze proprie ai guerrieri e richiese una punizione esemplare per coloro che (giganti, guerrieri ribelli, kaurava, mānuṣya, rākṣasa) avevano deviato dalla retta via e non si erano prodigati per un ritorno alla giustizia. La punizione fu inflitta attraverso guerre di sterminio e inondazioni che distrussero la progenie dei giganti: era l’era in cui Śrī Kṛṣṇa discese, alla conclusione di Dvapara yuga, per ristabilire la giustizia nel mondo.
Il già citato titano Prometeo era stato incatenato da Zeus a est del Mediterraneo, sui monti del Caucaso, nel territorio scitico (cioè del popolo Śāka), mentre suo fratello Atlante era stato esiliato a ovest dello stesso mare, sui monti dell’attuale Marocco, che da lui furono chiamati Atlante. Ciò indica l’estensione della conquista atlantidea dell’Europa. Discendenti di Prometeo furono le Amazzoni, un feroce popolo di donne guerriere.
Riguardo ad Atlantide non abbiamo solo informazioni da Platone. Gli storici greci Ecateo di Mileto ed Erodoto chiamavano “Atlantidi” i berberi che vivevano sulle pendici dell’altopiano africano dell’Atlante.
È anche importante la testimonianza dello storico greco Marcello (ricordato dal neoplatonico Proclo) che, riferendosi a storici più antichi, riporta che nell’Oceano Atlantico esterno c’erano sette piccole isole, consacrate a Proserpina (gr.: Persefone) e tre più grandi, una delle quali era sacra a Poseidone, Dio del Mare.

B) Fonti egizie

Da numerosi testi epigrafici sappiamo che l’Egitto è stato ripetutamente attaccato per oltre un secolo da una coalizione di popolazioni provenienti dalle coste occidentali dell’Africa e dell’Europa. Gli egiziani li chiamavano “popoli del mare”. I greci li chiamavano anche Pelasgi. Si trattò di un’impresa strategica di proporzioni immani: una parte dei Popoli del Mare invase tutta l’Europa e, dopo aver attraversato l’attuale Turchia e la Palestina, alla fine attaccò l’Egitto da oriente. Un’altra parte dei popoli del mare invase tutto il Nord Africa per attaccare l’Egitto da occidente. La loro potente flotta alla fine conquistò tutte le isole del Mediterraneo e attaccò la costa egiziana da settentrione. Durante il periodo necessario a portare a compimento questo movimento a tenaglia perfettamente coordinato, durato più di un secolo, crollarono molti regni antichi: Malta, Creta, Cipro, Rodi, la Grecia pre-ellenica, l’Impero ittita, il regno di Ugarit, la Palestina. Alla fine il faraone egiziano riuscì a sconfiggere la coalizione vicino alla città di Sais, verso il 1180 a.C. Malgrado ciò, tutti i paesi invasi dai popoli del mare subirono la loro influenza. Persino l’Egitto fu in seguito governato da due dinastie libiche appartenenti ai Popoli del Mare (X-VIII secolo a.C.).
Non c’è dubbio che i popoli del mare provenissero dalle colonie di Atlantide; stavano riprendendo il malvagio piano di conquista atlantidea di tutto il mondo. Gli egizi chiamavano se stessi Rutennu, il “popolo rosso”, e “uomini rossi” è il significato del nome “fenici”, antichi abitanti dell’odierno Libano, uno dei popoli del mare. La tradizione di Atlantide era appunto quella della civiltà della razza rossa, il colore del sole quando raggiunge la sua massima intensità scendendo nel cielo occidentale; è anche il colore del sangue della vittima che gli Atlantidi bevevano durante i loro riti. Anche l’adorazione dell’asino rosso, di cui parleremo più avanti, mostra questa presenza inquietante nella tradizione egizia a dimostrazione di quanto gli Egizi furono influenzati dalla civiltà di Atlantide. Infatti, nel periodo più antico, l’Egitto era diviso in due regni. Il Regno meridionale, o alto Egitto, era dedicato al culto di Seth, l’asino considerato come un anti-Dio (asura), mentre il Regno settentrionale, o basso Egitto, aveva come principale divinità Horus, il falco, Re degli dei celesti. Il faraone Meni unificò i due regni e promulgò una legislazione unica intorno al 3500 a.C. Tuttavia, nella Tradizione egizia continuarono a sussistere due correnti: la prima di origine atlantidea che perseguiva l’adorazione magica di Seth, la seconda; il sacro Dharma di Horus, di origine iperborea. Secondo la mitologia egizia, quest’ultimo era arrivato sulle coste dell’Africa da un paese orientale d’oltremare che non è azzardato pensare fosse l’India. Ci sono molti indizi che provano questa origine, fra cui il modo in cui vestivano i sacerdoti di Horus: avevano una śikhāsulla loro testa rasata e indossavano una dhotibianca sotto una pelle di leopardo, come gli asceti śaiva.
Al contrario, il culto malvagio di Seth trasmise a tutte le altre civiltà occidentali una sādhanādi stregoneria. Questa è la radice di ogni male che affligge ancora oggi l’Occidente e che si sta propagando in tutto il pianeta. Seth, sotto la forma di asino rosso, era l’asura delle tempeste ardenti del deserto africano. I Greci lo chiamavano Tifone, (Τυφωέυς, leggi Typhéus), il bruciante. Quando la tradizione egizia si estinse, le sue scienze continuarono nelle altre religioni mediterranee sotto forma di ermetismo o alchimia; in seno a queste trasmissioni tradizionali si propagò in modo celato anche l’influenza malefica di Seth.

C) Fonti bibliche

Nella Bibbia è scritto che Dio creò il primo uomo con argilla rossa e lo chiamò Adamo. Il suo nome in ebraico, Adam, ha proprio il preciso significato di “fatto di argilla rossa”, di conseguenza tale colorazione attesta che Adamo è ricollegabile alla tradizione di Atlantide, infatti il colore degli Iperborei era il bianco come quello distintivo dei brāhmaṇa dell’India. La tradizione esoterica ebraica, la Qabbalah, riferisce anche della presenza di una prima coppia umana vissuta antecedentemente ad Adamo ed Eva, non menzionata nella Bibbia: un “Primo Adamo” e sua moglie Lilith. È forse questo un ricordo dell’umanità primordiale iperborea? Tuttavia, si deve pure rilevare che Adamo ed Eva cominciarono a concepire i loro primi figli solo dopo essere stati espulsi dal Paradiso terrestre: dieci furono le generazioni dei discendenti di Adamo, come dieci furono i re di Atlantide. Le loro figlie erano così belle che gli angeli (in ebraico Ben Elohim, figli di Dio) si innamorarono di loro e da quelle unioni nacquero dei terribili giganti (in ebraico nephilim). I giganti erano empi, violenti e arroganti verso Dio ed è facile riconoscere da ciò il tratto distintivo della razza degli Atlantidi. Per tale ragione Dio scatenò un diluvio per farli morire tutti. Comandò a Noè, l’unico uomo giusto tra loro, di costruire un’arca per salvarsi, cosicché l’umanità avrebbe potuto continuare a riprodursi dopo il diluvio universale.
Gli ebrei hanno tratto questa storia da un precedente mito sumero che ha probabilmente avuto la stessa origine della storia di Manu. L’umanità fu distrutta, ma il seme malvagio dei giganti passò al nuovo ciclo attraverso Cam, uno dei tre figli di Noè. Dalla sua progenie venne il re Nemrod, che desiderò conquistare il mondo intero; voleva persino conquistare i cieli e spodestare Dio dal suo trono. A tal fine costruì persino una torre molto alta per raggiungere il cielo, ma Dio mandò una tempesta così violenta (Typhoon?) che quando cessò gli uomini non potevano più comunicare tra loro. In questo modo l’umanità fu divisa per lingua, nazione e tradizione. È così che la Bibbia narra l’inizio del kali yuga, con la divisione dell’umanità in razze, lingue, civiltà e religioni, il tutto stabilito su un fondamento storico.

D) Il Libro di Enoch

Il libro di Enoch è un testo canonico della Chiesa copta etiope. In esso sono descritte le visioni di Enoch, profeta della sesta generazione dopo Adamo. Enoch racconta che un gruppo di angeli si ribellò alla volontà di Dio perché desideravano sposare le meravigliose “figlie degli uomini”. Da allora furono chiamati egregori (ἐγρήγοροι, egrégoroi), i Vigilanti come sono i rākṣasa. I loro figli erano i giganti Nephilim, uomini forti e gloriosi. Ma con il succedersi delle generazioni, il segno della loro origine spirituale scemò ed emerse il loro carattere sempre più violento, degenerato e diabolico. Scoprirono le proprietà dei metalli e i poteri magici che ne potevano derivare; in questo modo poterono coltivare e praticare le scienze della stregoneria e della magia nera. Per questa ragione Dio scatenò il diluvio universale, per annientare questa razza dannata; ma attraverso uno dei figli di Noè, le cattive inclinazioni dei Nephilim sopravvissero al Diluvio.

E) Fonti indiane

Rāvaṇa, il re-demone del celebre poema epico Rāmāyaṇa, quando è in collera viene raffigurato con dieci teste e venti braccia e spesso anche con un’undicesima testa d’asino che sovrasta le altre. Il bisnonno di Rāvaṇa era Yātudhāna o Nairṛta, nomi che significavano “pieno di male” e “figlio della distruzione”. La cavalcatura di Nairrta era un asino ed era il genius che governava il punto cardinale del sud-ovest. Rāvaṇa proveniva da lì quando invase Laṅkāed esiliò suo cognato Kubera; fu così che fu chiamato Nairṛpatiḥ, il Signore del Sud-Ovest. Da ciò si deduce che veniva dal mare, da qualche regione a ovest dell’India, probabilmente da isole come le Maldive o le Laccadive, o più lontane ancora come le Seychelles. Quindi doveva possedere una potente flotta per navigare in sicurezza e trasportare numerose truppe: infatti il Rāmāyaṇa ci narra che i suoi sudditi, i rākṣasa, estesero i loro domini a partire dalle coste.
I rākṣasa sono demoni che appaiono in forma umana, di carnagione nera o rossiccia, in grado di generare figli indifferentemente con asurī, yakṣinīo donne umane. Con queste ultime hanno generato rākṣasa umani, allo stesso modo dei Ben-Elohim della Bibbia che, unendosi alle donne umane hanno generato i giganti Nephilim. Secondo il Rāmāyaṇa, i rākṣasa erano esseri umani che avevano tradito il loro svadharma e quindi erano stati banditi dallo stato umano e degradati in condizioni di rākṣasatva. Per la stessa ragione, quando gli kṣatriya commettono atti sacrileghi e spargimenti di sangue ingiustificati e incorrono così nella maledizione di qualche ṛṣi, si dice che si trasformino in rākṣasa. Come atti sacrileghi si possono ricordare i terribili sacrifici umani di massa compiuti dagli Aztechi nell’antico Messico o gli atti di cannibalismo dei giganti biblici. Nel Rāmāyaṇa molto spesso viene sottolineato che i rākṣasa, divorano la carne dei loro nemici (nāra māṃsaśīlaḥ) e bevono il loro sangue (śoṇita bhojanaḥ), esattamente come i Re di Atlantide bevevano il sangue delle loro vittime.

A Laṅkā, la principale Dea dei rākṣasa era Nikumbhila, aspetto terrificante di Bhadrakālī, adorata con sacrifici umani, danze orgiastiche, vino e libagioni di sangue. Cosa importante che si deve evidenziare è che i rākṣasa, anche quando seguano il loro dharma e pratichino persino l’ascetismo, è solo per ottenere potere e siddhi per scopi malvagi.
Anch’essi sono divisi in caste: Rāvaṇa e i suoi fratelli appartenevano alla casta brāhmaṇica; il loro dharma prevedeva il matrimonio attraverso il rapimento di donne sposate o non sposate. Seguono il loro istinto senza scrupoli e esprimono tutto quanto vi è di irrazionale, oscuro e distruttivo nell’animo umano. Un’altra somiglianza con il mito di Atlantide è rappresentata dalla descrizione di Laṅkāpura, la capitale di Laṅkā: la città fu costruita nel centro dell’isola, su una montagna con tre cime, Trikūṭa; sul picco centrale c’era la fortezza del Sovrano, circondata da una triplice cinta di pareti metalliche, la più interna delle quali era di oro ardente. I rākṣasa portavano scintillanti armature, dimostrando la loro abilità nella metallurgia, ed erano esperti nelle arti magiche che usavano diffusamente per perseguire i loro propositi. Durante un consiglio con i ministri, Malayavan, nonno e consigliere di Rāvaṇa, gli ricordò che nel mondo ci sono due categorie di esseri coscienti: quelli divini e quelli demoniaci. Il Dharma è il segno distintivo della prima categoria, l’adharma della seconda. Rāvaṇa e i rākṣasa rappresentano l’adharma, allo stesso modo dei Nephilim, degli Atlantidi e dei loro discendenti sparsi in tutto l’Occidente e in tutta la Terra.
La ribellione contro le leggi divine accelera la rovina e l’inarrestabile decadenza del ciclo e certamente i rākṣasa ne sono consapevoli. I manuṣya rākṣasa sono chiaramente gli agenti della contro-iniziazione e alcuni tra loro sono anche rākṣasaavatāra, incarnazioni adhārmika della controiniziazione. Tutte queste numerose somiglianze e incredibili coincidenze mostrano un’influenza innegabile e una chiara conferma dell’origine atlantidea del regno di Laṅkā. Infatti, Laṅkā significa “ramo”; non era forse un ramo dell’Impero Atlantide-Nirṛti in Oriente?

Non si pensi che l’apparente discrepanza coi dati storici basti a tacciare di falso tutto ciò; del resto il lettore è già stato avvisato riguardo al “pregiudizio storiografico”. Le storie tradizionali seguono una tendenza ciclica, ma tutte hanno un medesimo significato. La lotta di Paraśurāma contro la ribellione del kṣatriya; la spedizione di Rama contro Laṅkā; la discesa di Kṛṣṇa come punizione per i Kaurava sono i diversi episodi di un’unica storia. La storia della lotta tra deva e asura, tra Dharma e Adharma.

Ricordiamo infine ai lettori che nel 1995 è stato scoperto nel sud-est della Turchia il sito di Göbekli Tepe risalente al 11000 a.C. È un complesso di almeno quindici santuari megalitici adornati da raffinati bassorilievi. La scoperta si è rivelata molto imbarazzante per gli archeologi; infatti secondo i loro pregiudizi evolutivi, gli uomini di quel millennio avrebbero dovuto essere ancora selvaggi, nutrirsi di bacche e selvaggina, vivere come nomadi, nudi, famelici e bestiali. L’intero complesso abbandonato fu volutamente seppellito intorno al 8000 a. C. Ciò sembra indicare che dopo la sconfitta degli Atlantidi menzionata da Platone, i vincitori abbiano voluto cancellare perfino il ricordo dei loro antichi despoti.

Durgādevī

Il concetto di nāda nel pensiero indiano

Presentazione

Conferenza tenuta dal Paṇḍita Śrī Vidyā Nivāsa Miśra al Lido di Venezia il 16 aprile 2002, a latere del convegno VAIS sulla figura del guru nelle diverse tradizioni.
Il Paṇḍita prof. dr. Vidyā Nivāsa Miśra (PhD) (1926–2005) è stato un insigne erudito, che ha spaziato tra i diversi campi della cultura tradizionale offrendo delle chiavi di accesso alle più elevate vette della conoscenza indiana anche ad alcuni qualificati ambienti occidentali. Ha pubblicato più di settanta saggi, opere critiche e trattati di linguistica e glottologia; cultore e curatore dei libri di A.K. Coomaraswamy, profondo conoscitore di R. Guénon, è stato insignito di parecchi premi e onorificenze, tra cui il Padma Shree, il Moorti Devi Award del Bharatiya Jnanapith e lo Shankar Puraskar della K.K. Birla Foundation. In riconoscimento di una vita e di un lavoro letterario che ha saputo esprimere l’essenza del mondo Indiano in tutto il suo splendore, P◦ Vidyā Nivāsa Miśra è stato nominato membro del Rajya Sabha, la Camera Alta del Parlamento dell’Unione Indiana, per meriti culturali.
Ma ancor più importante di tutto ciò, P◦ Miśra è stato un upaguru di Śrī Vidyā del pīṭha di Benares e, proprio in virtù di questo suo magistero, ha potuto parlare con cognizione e profondità del metodo di Nādayoga offrendo in questa breve conferenza alcuni spunti di estremo interesse. Se, infatti, in Occidente, questo tipo di yoga viene in genere associato alla semplice musica e quindi a una pratica del tutto esteriore priva di possibilità realizzative, P◦ Vidyā Nivāsa Miśra concentra la propria attenzione sulla vibrazione interiore che può essere percepita a livello sottile in suṣumṇā, il centrale dei tre principali canali sottili (nāḍī) del corpo umano. Inoltre, se nella prima parte della relazione si sofferma su alcuni aspetti tecnici della pratica, evidenziando i diversi tipi di vibrazione definiti da questo metodo, nella seconda fornisce alcuni spunti di carattere tradizionale, per poi porre l’accento sul fluire della vibrazione sonora più sottile, che ha il potere di dissolvere qualsiasi attaccamento e quindi ogni residuo di individualità. È questa un’esperienza che, con altro linguaggio, richiama la folgorante, improvvisa comparsa della Conoscenza ultima e che conferma, al più elevato livello di Śrī Vidyā, la possibilità di accesso a Brahman nirguṇa, la Conoscenza del Supremo, unica in grado di schiudere le porte a mokṣa.

Gāyatrī Ānanda

Il concetto di nāda nel pensiero indiano

L’argomento che mi accingo a trattare è troppo profondo per chiunque, e a maggior ragione per me, in quanto è necessaria una vasta esperienza prima di potersi avvicinare a nāda e parlarne con cognizione. Ciononostante, per quanto limitata possa essere la mia conoscenza delle fonti tantriche e per quanto limitato sia stato ciò che ho potuto esperire di persona, tenterò di esprimerlo in questo breve intervento.
Bene, innanzitutto nāda non è l’essenza ultima. È bindu l’essenza ultima. Recita il Śāradātilaka Tantra:

Tasmāt bindor bhidymāṅāt ravonadatmako’bhavat
Saravah śrutisaṃpannaih śabdo brahmeti gīyate

Naturalmente nāda è śabdabrahman, ma c’è qualcosa al di là di esso: Parabrahman è al di là di esso. Come sancisce la Maitrī Upaniṣad (6.22):

Śabda brahmaṇiniṣṇatah para brahmadhigacchati

Ci si deve conformare a śabdabrahman per poi giungere a Parabrahman. Perciò la Realtà ultima assoluta è binduBindu è niśkala, ciò che non può essere diviso in parti; tutt’al più si dovrebbe dire che sono le parti a essere incluse in esso. Ma solo bindu è l’intero e per questo è detto pūrṇa [pieno, completo]. Quando si divide, si genera nāda.
Tuttavia vi sono due stadi di nāda. Il più elevato è mahānāda, che può essere sperimentato in suṣumṇā ed è descritto come il suono senza alcuna vocale. Non possiamo pronunciarlo né possiamo ritrarlo. Una volta che fluisce in suṣumṇā non possiamo fermarlo. Ma quand’è che ciò accade? Quand’è che mahānāda fluisce? Quando si passa attraverso le differenti fasi di manifestazione. La manifestazione è un processo che non accade una sola volta, ma ogni giorno, in ogni momento di creatività. Accade ripetutamente, ancora e ancora, e questo accadimento è ben descritto nella Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad (I.4.3):

… ekākī na ramate […] sa imam evātmānaṃ dvedhāpātayat…

“L’Uno non sente piacere di essere solo […] così si divide in due e da ciò parte la manifestazione”. Ma, prima di dividersi, Esso deve compiere tapas. Cos’è tapas? È l’intensità, l’intenso calore del desiderio. Fino a che non vi è intenso calore di desiderio, non può esservi alcuna manifestazione. La manifestazione ha bisogno di intensità di calore, del desiderio e, a causa di tale intensità, l’Uno giunge a sacrificare se stesso. Fin quando l’Uno non ha sacrificato se stesso, la manifestazione non può avere inizio. Questo è tapas. Questa è la fiamma. Solo allora può manifestarsi nāda, e il primo a sorgere è l’essenza del più sottile dei suoni, anāhata nādaAnāhata nāda è mahānāda. Non può essere descritto. È senza confini, haṃsa. Dopo haṃsa non c’è nulla se non l’intensità del processo di nascita. Haṃ è l’espirazione e sa è l’ispirazione. Ma cercare di limitarlo a questa descrizione di carattere fisiologico risulta riduttivo.
Partiamo, dunque, considerando quali sono diversi tipi di nāda: la tradizione ne enumera otto. Il primo è ghoṣaghoṣa significa quando si chiudono gli orecchi con le dita e si cerca di udire qualcosa nel silenzio. Negli orecchi allora si ode una sorta di suono: qualche sorta di suono che sembra provenire da diversi punti. In acustica è chiamato brusio, ma è qualcosa in più d’un brusio. Non è semplicemente la vibrazione di corde vocali, è qualcosa in più. Lo si descrive come dīptovahnerivabhāti “quando il fuoco è acceso, vi è un suono in quel fuoco”. Risuona come un fuoco fiammeggiante. Esso è il più sottile. Poi viene per secondo svāna che è un po’ più articolato e viene descritto come una pioggerella quando il vento è cessato: allora si dice che quel suono è svāna. All’altro estremo, il più articolato di tutti è huṅgkṛta [ruggito] che è descritto come il suono tra le alte nuvole, un rimbombo tra le alte nuvole. Appena meno articolato di questo è jhaṅkṛta, il suono che si produce quando tutte le corde della vīṇā sono pizzicate assieme. Ancor meno articolato è dhvani, e ancor più sottile è sphoṭa, descritto come il ronzio delle api. E ancor più sottile è śabdaŚabda che è la predisposizione della parola che si può percepire nella gola, l’intera parola che si può percepire quando è ancora nella gola. Non è una parola bisbigliata. È una parola già predeterminata, già pienamente soffiata su per la gola, ma non ancora articolata e perciò ancor più sottile di quanto finora descritto. Questi sono gli otto tipi di suoni, nāda, che vanno compresi.
Nāda letteralmente significa ‘ciò che risuona’; ma questa, naturalmente, è soltanto una definizione. Una vibrazione può risuonare in uno spazio, uno spazio limitato, e al contempo fissa anche un ambito temporale in quanto può durare solo per un intervallo di tempo definito. In ogni pratica di dhyāna [meditazione], questi suoni rappresentano gradi successivi fino al raggiungimento del suono più astratto. È necessario concentrarsi su questi suoni: il suono creato dalla piggerella, il suono creato dalle api, il suono creato dal fuoco fiammeggiante, il suono creato da un leggero pizzicare la quinta corda di una vīṇā e il suono creato da tutte le corde percosse assieme. Vi sono diversi tipi di suoni ed è necessario concentrarsi su di essi prima di raggiungere il più sottile di tutti che è ghoṣa. Dopo di che è possibile giungere ad anāhata nāda.
Anāhata nāda li comprende tutti e in esso tutti si fondono; allora si può udire una sorta di ha [suono aspirato dell’acca]. Quando ha è accompagnato da una vocale diviene articolato, ma il suono, la vibrazione reale di non è seguita da alcuna vocale. È pura e se ne può sentire la vibrazione in tutto il corpo quando sale dall’ombelico alla testa. Può essere percepita quella vibrazione. Ma non a lungo. Vi è bisogno di pratica; può essere colta in certi particolari momenti della giornata, solo in alcuni luoghi e solo per alcuni istanti. Quello è anāhata nāda, il suono senza colpo da cui si emana tutto poiché, in quasi tutte le scuole di pensiero Indiano, il suono, il suono non pronunciato, il suono non pronunciabile è il sottofondo sottile di vāc, che è il seme di tutto:​

vāgeva viśvā bhuvanāni jajñe 

Vāc è il seme di tutto. Cosa significa? Cosa esprime vāc? È semplice parola? No. Vāc è il desiderio di manifestazione. Vāc è il desiderio di raggiungere l’altro, l’altro che ancora non è, che deve essere manifestato per primo, prima che la manifestazione stessa possa prendere forma. Questa concezione di vāc è un concetto fondamentale nella cultura Indiana, non solo nella letteratura, non solo nell’ambito spirituale, non solo per la pratica dello yoga: è un concetto fondamentale per tutte le arti, anche per un’arte come l’architettura, dove i diversi tipi di risonanza sono costruiti, creati. A Hampi vi è il tempio Viṭṭhala ove si possono percuotere le colonne e ne esce un suono come di mṛdaṅgam, uno strumento simile alla vīṇā. Ciascuna colonna produce un suono diverso.
Allo stesso modo, è possibile trovare qualcosa di simile a Suchindram, così come a Madurai. Il suono è parte dell’edificio, il suono è parte dell’architettura. È parte integrante dell’architettura. Così per qualsiasi tipo di arte in cui non si pensa possa esservi posto per il suono, anche là suono e suono sottile hanno un ben determinato ruolo. Non un banale rumore: è il suono sottile ad avere un ruolo.
Ci si può chiedere: “Non è forse il silenzio qualcosa di pieno, qualcosa già di intero in sé?” Sì, lo è, a patto che il silenzio sia connotato di contemplazione. Se non lo è, è semplicemente giacere addormentati: non si tratta del vero silenzio. È un silenzio senza significato, come quello che di solito si sperimenta, quel genere di silenzio che non ha significato perché non è preceduto né seguito dalla contemplazione. Ma quando è preceduto dalla contemplazione, quando si è riempiti dall’essenza del suono, solo allora il silenzio ha significato e può manifestare cose che altrimenti sarebbe impossibile esperire. Questo genere di silenzio è descritto in molti sūtra vedici ed è ben riassunto dal termine dhīDhī è molto importante. Dhī significa aver contemplato alcune cose tanto da essere in grado di vederne l’essenza e, riempiendosi di tale essenza, assorbirsi nel silenzio.

Maṇ masta huā to kyā boleṇ?

Anche Kabīr dice le stesse cose con altre parole. Quando si è nella pienezza, quando si è assorbiti interamente in qualcosa, non v’è bisogno di dire più alcunché. Ma tale sorta di silenzio è molto raro.
Quando parliamo dei diversi tipi di nāda, per prima cosa si deve iniziare con bindu. Vi sono tre coppie fondamentali nel pensiero tantrico indiano: Śiva-Śakti, prakāśa-vimarśa e bindu-nāda. Esse vanno assieme. Śiva si esplica attraverso Śakti, prakāśa [la luce] si manifesta attraverso vimarśa [la vibrazione principiale] e bindu diviene manifestato in nāda. Si tratta essenzialmente della stessa cosa descritta in tre differenti modi. Così bindu è prakāśa in uno stato inattivo, potenziale. Esso esiste prima della manifestazione ed esiste dopo che la manifestazione si è dissolta: precede e include tutti i processi della creazione. Tutto dipende da esso, tuttavia esso ha bisogno di kriyā, ha bisogno dell’azione. In ciascun sistema di pensiero, perfino nella grammatica, kartā [l’agente] è chiamato svatantra [autonomo]: è indipendente eppure ha bisogno di kriyā. Senza kriyākartā non può agire. Solo quando è unito a kriyā assume significato, perciò l’agente non è importante se non quando è in relazione con l’azione. Prakāśa è quindi importante solo quando è unito a vimarśa. Cos’è vimarśaVimarśa è la vibrazione, la vibrazione di cui ho tratteggiato sommariamente la forma. Non sono in grado di descriverla. Non posso pronunciarla. Essa giunge e fluisce per un attimo per poi sparire. È una vibrazione assolutamente ineffabile, eppure da essa si dispiega l’intero cosmo. L’intero cosmo è l’espansione di questa vibrazione.
Ananda Coomaraswamy l’ha messa in relazione a sūrya. Quando si parla di sūrya in quest’accezione, non ci si riferisce al sole del sistema eliocentrico. Si tratta di qualcosa di diverso. Essa corrisponde alla luce e deriva da due differenti radici verbali. Una riferita al bagliore e l’altra riferita al suono. Così la luce non è solo bagliore, ma anche esplosione sonora. Vi è una sorta di esplosione. Ma non è possibile udirla. Essa è sottile pur essendo un’esplosione. Non intendo dire che ciò possa essere collegato alla teoria del Big Bang, perché non abbiamo evidenze tali da affermarlo, ma inizialmente vi è un suono. Si percepisce l’emergere di una luce e ogni cosa è risvegliata manifestandosi in una moltitudine di suoni: i cinguettii degli uccelli, i fruscii delle foglie che cadono, i diversi canti del vento tra le foglie. Tale era la vita dell’uomo primordiale. Aveva una profonda sintonia con tutto ciò che lo circondava ed egli era un acuto uditore, un acuto osservatore, attivo e partecipe di ciò in cui era immerso. Per questo egli poteva comprendere la relazione tra le diverse sfaccettature d’ogni fenomeno, tra le diverse componenti del cosmo, e poteva relazionarsi con esse perché era in armonia con il proprio ambiente.
Senza questa armonia, senza questa intimità, non penso abbia senso parlare di nāda e del silenzio, in quanto non è più possibile coglierne lo spessore, le sfaccettature. La tecnologia del giorno d’oggi ha disperso tutte le distinzioni, tutte le più sottili ombreggiature della musica, tutte le più sottili sfumature delle vibrazioni sonore, ed esse sono finite per scomparire. Vi è stato un livellamento in ogni campo: un livellamento di forme e un livellamento di modalità, e ciò ha creato un enorme danno. L’uomo non è più in grado di distinguere tra le differenti cose. I suoi occhi non possono più distinguere tra le sfumature sottili dei colori. I suoi orecchi non possono più distinguere i differenti suoni, non possono più distinguere tra la risata di un bimbo o quella di una donna anziana. Ha perduto questa capacità. Ciascuno deve recuperare questa capacità attraverso una più profonda relazione con ciò che lo circonda. Soltanto allora si potrà parlare di cose come nāda bindu. Le attuali condizioni sono assai inadatte per poterne parlare. Sono argomenti che mal si adattano alla presente situazione. Perfino i sistemi di aria condizionata e di amplificazione di questa sala producono vibrazioni che ci impediscono di percepire con chiarezza e precisione. Perciò, quando mi è stato chiesto di parlare su questo argomento, non sono stato certo di poterlo fare, di poterlo fare in questa sala. Forse sarebbe stato meglio parlarne sotto l’ombra di un albero di pippal nel profondo della foresta. Parlarne qui è l’espressione del più futile dei tentativi. So che si tratta di un tentativo futile: ho sperimentato questa situazione molte volte e ho compreso che se si vuole penetrare l’essenza della nostra cultura, non possiamo farlo senza la foresta. E, infatti, io sono stato iniziato nella foresta dal mio antico amico Sacchidānanda Hirānanda Vātsyāyana. Egli mi ci ha accompagnato molte volte, in diversi luoghi, ma non c’è mai stato il bisogno di parlare. Semplicemente vi siamo andati assieme, abbiamo camminato assieme per capire quale fosse il canto di quel luogo, cosa in quel luogo si accompagnasse alla follia, cosa fluisse da quel luogo; e ciò è stato l’essenza stessa dell’esperienza.
Una volta avuta questa esperienza, anche per un solo attimo, si deve provare a pensare a come nāda possa essere descritto attraverso il Tantra della musica e della poesia. Solo allora si potrà capire come il suono del flauto sia assimilato a Rudra, la forma di Śiva distruttore. Quel suono spazza via tutte le relazioni, tutti gli attaccamenti, l’attaccamento alla casa, alla famiglia, a tutte le cose. Esse sono tutte spazzate via. Sono tutte bruciate. Questo è il ruolo di baṃśī, il flauto di Śrī Kṛṣṇa. E dopo di ciò, in solitudine, quando si entra nel rāsa maṇḍala, non si è gopī, non si è semplici pastorelle. Non si è parti di Śrī Kṛṣṇa, si è interamente Śrī Kṛṣṇa. Si è tutti manifestazioni di Śrī Kṛṣṇa poiché, in qualità di gopī, siamo stati annichiliti da quel suono, dall’eco di quel suono. Non solo noi, ma anche il fiume, gli alberi, le colline, sono trasformati in qualcosa d’altro. Si perde l’identità, l’identità fisica.
Dunque tale è l’impatto del suono. Esso inizialmente annichilisce l’identitificazione con questo e con quello; questo e quello, assieme a ogni identità che ci appartiene, vengono annichiliti. Non si è preparati a una simile esperienza, a maggior ragione in quest’epoca di libertà individuale. A nessuno piace perdere la propria identità. Ciascuno è in cerca d’identità perché non ha alcuna identità vera. Perciò si ha paura di perdere la propria falsa identità, per quanto passeggera possa essere.
Dovremmo dunque provare a parlare sul modo di emettere la voce, come articolarla, soffermarci sui processi interiori ed essere soddisfatti di quel poco che otteniamo. Ma quando le persone analizzano il suono dal punto di vista dell’acustica o fanno considerazioni di carattere politico sulla lingua, si perdono in questo genere di dettagli. Così non riescono a comprendere la reale essenza delle cose: vedono che vi sono delle particolarità, ma non sono in grado di descrivere quali esse siano. Non possono realizzare che il suono è il seme di tutte le cose. È assurdo affermare che ha crea a, e a crea questo, e questo crea quest’altro, e quest’altro crea quello. Questo crea l’intero insieme degli elementi e gli elementi assieme a ciò creano l’intero mondo. È tutto assurdo. È pura immaginazione, ma al contempo non lo è. C’è un senso dietro tutto questo. C’è un ordine. Quell’ordine può essere compreso solo attraverso la contemplazione e contemplare nāda e descriverlo è di gran lunga superiore a quanto le persone comuni, che parlano semplicemente di canto, possano mai comprendere.
Ciascuno può pensare in termini astratti al suono, ma non raggiunge l’astrazione assoluta di colpo. Bisogna andare passo dopo passo. Vi sono dei passaggi da compiere. La lingua parlata, la struttura ritmica della lingua, il tempo della lingua sono tutte componenti che guidano verso l’astrazione del suono. E la musica, in assoluto, è il più sottile di questi passi. Anche la danza è un passaggio molto sottile perché in essa il movimento è sincronizzato con il suono.
Adesso forse è possibile capire come sia importante il suono. Kalidāsa così lo descrisse:

pādmanyāsam layamanuyatuh

Pādmanyāsam, lo slancio del piede, segue laya [la dissoluzione]” e questa sincronia è difficile da raggiungere e può essere acquisita solo attraverso la pratica. Questa pratica rende l’idea di come le cose accadono assieme. Esse sono inter-relate.
Perciò nāda è la sola chiave per comprendere il tutto.

Vidyā Nivāsa Miśra

8. Atlantis: Other sources (II)

Atlantis: Other sources (II)

Not only Plato gives us news of Atlantis. There are also several Greek, Egyptian, Jewish and Indian sources:

a) Other Greek-Roman souces:

Plato informs us that for the Atlanteans the preferred sacrificial victim was the bull. In Greek mythology, the sacrifice of the bull has been established during the Bronze Age by Titan Prometheus, brother of Atlas. The presence of the bull sacrifice is a bond uniting the Atlanteans to several populations of the Mediterranean basin where they were sailing, had colonies, trades, and where they fled after the cataclysm, spreading their lineage and so ensuring the survival of their tradition. The fight with a bull or its sacrifice was present everywhere the Atlantean influence had spread: in the island of Crete, in the Greek possession rituals of God Dionysus, in the Persian Mysteries of Mithra, in Egypt, among the Sumerians, up to in the Indo-Sarasvatī civilization. Even in today’s Spain, the corrida bullfight survives maintaining many archaic ritual features. Evidently, the most cruel phase of the Atlantis history coincided with the end of the Bronze Age (Dvapara yuga), when the Vernal Equinoctial Point was in Taurus (vṛṣabha, 4300-2200 B.C.)
In other narratives, the collapse of Atlantis seems to coincide with the Deucalion Deluge, which inaugurated the current Iron Age (Kali yuga), dominated by ignorance, anger and greed. The long period of Atlantean degeneration interrupted the transmission of warrior initiations and knowledge and required an exemplary punishment for those who (giants, rebel warriors, Kauravas, manuṣya rākṣasas)  had deviated from the right way and the necessity of a return to justice. The punishment was dealt in form of wars of extermination and floods destroying the offspring of the giants: that was the era when Śrī Kṛṣṇa descended at the Dvapara yuga conclusion, in order to restore justice in the world.
As we said earlier, Prometheus had been chained by Lord Zeus Eastward on Mount Caucasus, in the Scythian territory (i. e. of the Śāka people), while his brother Atlas was relegated Westward, near the Moroccan Atlas mountains, showing in this way the magnitude of the Atlantean conquest of the world. Prometheus relatives were the Amazons, a fierce people of warrior women.
Regarding Atlantis we do not only have information from Plato. The Greek Historians Hecataeus of Miletus and Herodotus called “Atlanteans” the Berbers living on the slopes of the Atlas plateau. It is also important the testimony of the Greek Historian Marcellus (recalled by the neo-platonic Proclus) that, referring to older historians, says that in the outer Atlantic Ocean there were seven small islands, consecrated to Proserpina (Greek: Persephone), and three greater ones, one of which was sacred to Lord Poseidon, God of See.

b) Egyptian souces:

From many epigraphic texts we know that Egypt has been repeatedly attacked for more than a century by a coalition of many populations proceeding from the western coasts of Africa and Europe. Egyptians called them “Sea Peoples”. The Greeks also called them Pelasgians. It has been a strategic venture of gigantic proportions: a part of the Sea Peoples invaded all Europe, whereupon they crossed the present Turkey, Palestine, finally attacking Egypt from the East. Another part of the Sea Peoples invaded the whole of North Africa to attack Egypt from the West. Their powerful fleet  finally conquered all the Mediterranean islands and attacked the Egyptian coast from the Northern side. During this perfectly coordinated pincer movement, which lasted more than a century, many ancient kingdoms collapsed: Malta, Crete, Cyprus, Rhodes, Greece, the Hittite Empire, the Ugarite Kingdom, Palestine etc. Finally the Egyptian Pharaoh (Emperor) defeated the coalition near the city of Sais, about the 1180 BC.
However, all the countries invaded by the Sea Peoples underwent to their influence. Even Egypt was later governed by two Libyan dynasties belonging to Sea Peoples (10th-8th century BC). There is no doubt that the Sea Peoples were the descendants of the Atlantean colonies, who were continuing their evil conquest plan of whole the world. The Egyptians called themselves Rutennu, the red people, and red men is the meaning of the Phoenician name, the ancient inhabitants of today’s Lebanon, one of the “Sea Peoples”. The Atlantean tradition was precisely the civilization of the red race, the color of the sun when it is setting and empurpling the Western sky; and color of the victim’s blood that the Atlanteans drank in their rites. Even the worship of the red donkey, which we are discussing later, shows this disturbing presence in the Egyptian tradition. This demonstrates to what extent the Egyptians were influenced by Atlantean civilization.
Indeed, in the oldest period, Egypt was divided into two Kingdoms. The southern Kingdom, or upper Egypt, was devoted to the worship of Seth, the donkey headed anti-God (asura), while the northern Kingdom, or lower Egypt, had as the main deity Horus, the hawk headed God. The Pharaoh Meni unified the two Kingdoms and gave them a common legislation around 3500 AD. However in Egyptian Tradition two streams continued to live: the first of Atlantidean origin, corresponding to witchcraft worship of Seth, and the second one, the Horus sacred Dharma of Hyperborean origin. According to Egyptian mythology, the latter had arrived on the coasts of Africa from an Eastern country beyond the sea. It is fair to think that it was India. There are many clues proving this origin, as the form in which the Horus priests appeared: they had a śikhā on their shaved head, and wore a white dhoti under a leopard skin, as the śaiva ascetics. Instead, Seth’s evil cult transmitted a witchcraft sādhana to all other western civilizations. That is the root of the any evil afflicting still today the West and which is propagating throughout the whole planet.
The red donkey headed Seth was the asura of the burning storms of the African desert. The Greeks called him Typhoon, (Gr .: Τυφωέυς read Typhéus), the burning one.When Egyptian tradition extinguished, its wisdom continued in the other Mediterranean Religions under the shape of Hermeticism or Alchemy. And in its bosom hiddenly propagated the Sethian seed.

c) Biblical souces:

In the Bible God created the first man of red clay and called him Adam, whose exact meaning in Hebrew language is “made of red clay”. This proves that Adam was connected with the Atlantis tradition. In fact, the Hyperboreans had white as symbolic color, like the brāhmaṇas of India. The Jewish esoteric tradition, the Kabbalah, actually mentions a first human couple that lived before Adam and Eve, not remembered in the Bible: a first “Adam” and his wife Lilith. Is this perhaps a reminder of Hyperborean humanity? However, Adam and Eve also generated their first children only after they lost the Earth’s Paradise. Ten were the generations of Adam descendents, as ten were the Kings of Atlantis. Their first daughters were so beautiful that the angels (Hebr.: Ben Elohim, God’s sons) fell in love with them and from those unions terrible giants (Hebr.: Nephilim) were born. Those giants were empious, violent and arrogant with God and it is easy to recognize in them the race of the Atlanteans. God therefore sent a flood to make perish all them. He commanded to the only right man among them, Noah, to build an ark to save himself so humanity would continue in his offspring after the universal Deluge. The Jews took this story from a previous Sumerian myth. And this Sumerian myth probably had the same origins of the Manu’s story. Humanity was destroyed, but the evil seed of giants passed in to the new cycle through Cam, one of Noah’s three sons. In his offspring there was King Nimrod, who desired to conquer the whole world. He even wanted to conquer the heavens and expel God from his throne. He built a very tall tower to reach the sky. But God sent such a violent storm (Typhoon?) that after men could no longer communicate with each other. In this manner Humanity has been divided by language, nation and religion. This is how the Bible narrates the beginning of Kali yuga, in which mankind has been divided in races, languages, and civilizations, and how the historically founded religions were created.

d) The Book of Enoch:

The Book of Enoch is a canonical text of the Coptic Ethiopian Church. In it the visions of Enoch (prophet of the sixth generation after Adam) are described. Enoch tells that a group of angels rebelled against God’s wishes because they desired to marry the beautiful “daughters of men”. Since then they were called Egregors (Gr. Ἐγρήγοροi, read egrégoroi), the Vigilants, rākṣasas. Their children were the Nephilim giants, strong and glorious men. But with the succession of generations, their divine origin declined and their increasingly violent, degenerate and diabolical temper emerged. They discovered the use of metallurgy and of the magic powers coming from it. In this way they discovered the witchcraft sciences and the use of black magic. For this reason God sent the Universal Flood in order to destroy that damned race. But through one of Noah’s sons the evil inclinations of the Nephilim overcame the Deluge barrier.

e) Indian souces:

When Rāvaṇa, the King-demon of the celebrated Rāmāyaṇa Epic, when is depicted in his rage with ten heads and twenty arms, often he shows an eleventh donkey head erging over the others. Rāvaṇa’s great-grandfather was Yātudhāna or Nairṛta, names meaning “full of evil” and “son of the destruction”. Nairrta’s mount was a donkey and he was the genius ruling the Southwest cardinal point. As he came from there when he invaded Laṅkā and exiled his brother-in-law Kubera, Rāvaṇa was called Nairṛtapatiḥ, Lord of the Southwest. Therefore, he came from the sea, from somewhere to the west of India, probably from islands such as Maldives or Laccadives, or farer, from the Seychelles. Hence, he possessed a powerful fleet to sail safely and carry numerous troops: in fact Rāmāyaṇa tells us that his subjects, the rākṣasas, extended their domains proceeding from the coasts.
The rākṣasas are demons that appear in human form, of black or reddish complexion, able to generate children indifferently with asurīs, yakṣinīs or women. With these latter they generated human rākṣasas, likewise the Ben-Elohim of the Bible, joining with the women, fathered the Nephilim, the giants. According to the Rāmāyaṇarākṣasas were human beings who had betrayed their svadharma and therefore had been banned from the human state and degraded to rākṣasatva condition. For the same reason when the kṣatriyas commit sacrilegious acts and bloodbaths and hence are cursed by some ṛṣis, they are said to turn into rākṣasas. Such as sacrilegious acts recall the terrible mass human sacrifices performed by Aztecs in ancient Mexico or the cannibalism acts of the Biblical giants. In Rāmāyaṇa very often it is emphasized that the rākṣasas eat the flesh of their enemies (nāra māṃsaśīlaḥ) and drink their blood (śoṇita bhojanaḥ), as the Atlantis Kings drank the blood of their victims.
In Laṅkā the principal Goddess of the rākṣasas was Nikumbhila, terrific aspect of Bhadrakālī, worshipped with human sacrifices, orgiastic dances, wine and blood libations. The rākṣasas follow their dharma, they even perform asceticism, but just in order to gain power and siddhis for evil purposes. They are divided into castes: Rāvaṇa and his brothers belonged to the Brāhmaṇical caste. Their dharma includes marriage for abduction of indifferently unmarried or married women. They follow their instincts without restraint and represent all that is irrational, dark and destructive in the human soul.
Another resemblance with the Atlantis myth is represented by the description of Laṅkāpura, the capital of Laṅkā: the city was built in the centre of the island on a mountain with three peaks, Trikūṭa; on the central peak there was the fortress of the Ruler, surrounded by a triple circle of metal walls, the most internal of which was of blazing gold.
The rākṣasas wore glittering armors, demonstrating their ability in metallurgy, and they were experts in the magic arts they used widely for their purposes.
During a council with the ministers, Malayavan, Rāvaṇa’s Grandfather and Advisor, reminded him that in the world there are two categories of conscious beings, the divine and the demonic ones. Dharma is the hallmark of the first category, the adharma of the second one. Rāvaṇa and rākṣasas are the representatives of the adharma, just like the Nephilim, the Atlanteans and their descendants who are scattered all over the West and the whole Earth.
The rebellion against the divine laws accelerates the ruin and the unrestrainable decay of the cycle and the rākṣasas certainly are conscious about it. They are the manuṣya rākṣasas, counter-initiation agents and some among them even are rākṣasa-avatāras, adhārmika incarnations of counter-initiation. All these many similarities and incredible coincidences show an undeniable influence and a clear descent of Laṅkā kingdom from Atlantis. Laṅkā means “branch”. Perhaps was it not a branch of the Atlantis-Nirṛti Empire in the East?
Mind to not be fooled by the apparent historical discrepancies. The reader of this Website has already been informed about the historiographical prejudice. The traditional stories follow a cyclical trend, but all have the same meaning. The fight of Paraśurāma against the kṣatriya’s rebellion; Rama’s expedition versus Laṅkā; Kṛṣṇa’s descent as a punishment for the Kaurava are different episodes of a single story. The story of the struggle between Devas and Asuras, between Dharma and adharma.
We inform the readers that in 1995 the site of Göbekli Tepe dated to 11000 BC has been discovered in Southeastern Turkey. It is a complex of fifteen megalithic shrines adorned with fine bas-reliefs. The discovery is very embarrassing for the archaeologists. In fact, according to their evolutionary prejudices, the menkind of that millennium should have been still wild, feeding with berries and game, living as naked, ravenous and bestial nomads.
The entire complex was buried around 8000 BC. It seems that, after the defeat of the Atlanteans mentioned by Plato, the winners wished to erase even the memory of their former dominators.

Durgādevī