May 29, 2017

6. L’Età dell’Oro: gli Iperborei

L’Età dell’Oro: gli Iperborei

C’è una “Terra Santa” per eccellenza che è il prototipo di tutte le altre. Questo centro spirituale a cui sono soggette tutte le altre “terre sacre” è la sede della Tradizione Primordiale o Sanātana Dharma, da cui ogni Tradizione, a forma dhārmika o religiosa, deriva adattandosi a condizioni di tempo, luogo e generazione di umanità.
Questa “Terra Santa” primordiale è la “Contrada Suprema”, secondo il termine sanscrito Paramadeśa, deformato dai Caldei in Pardes e dai Latini in Paradisum, Paradiso. La Tradizione Primordiale, fonte di tutte le altre, si situava a nord, o più esattamente al Polo Nord, come menzionato nei Veda e in diversi Libri sacri di altre tradizioni.
Durante il regno di Kronos nell’Età dell’Oro, il Satya yuga degli hindū, la Contrada Suprema, dove giorno e notte duravano ciascuno sei mesi, era situata nelle regioni polari o al Polo stesso.
Chiameremo Hyperborea quella terra, come facevano gli antichi greci, anche se questo termine mostra che avevano già perso la conoscenza della sua vera posizione. In effetti, se Borea significa Nord, Hyperborea (oltre il Nord) appare come un’assurdità. In questo modo Borea è l’equivalente esatto del termine sanscrito varāha. La radice var per il nome dei suini selvatici si trova nelle lingue anglosassoni sotto la forma verro. Poiché Hyperborea era una terra o un’isola, dovremmo chiamarla nella forma femminile Vārāhī, cioè “Paese del cinghiale”. Più tardi, nella successiva Età dell’Argento (Treta yuga), fu conosciuta come il “Paese dell’orso”. Questa seconda Era coincise con l’affermazione della casta degli kṣatriya e delle sue regole corrette e ristabilite da Paraśurāma.
Gli antichi greci simboleggiavano la ribellione kṣatriya contro i brāhmāṇa con il mito della caccia al cinghiale caledonio. L’uccisione del cinghiale caledonio ad opera di Guerrieri e Re rappresentava la sconfitta della casta sacerdotale. Atenæus di Naucratis riferisce che il cinghiale caledonio era di colore bianco, così come lo Śveta Varāha della tradizione hindū. Anche nella tradizione celtica cinghiale e orso erano rispettivamente i simboli dell’Autorità spirituale e del potere temporale, vale a dire le due caste dei Druidi e dei Cavalieri.
Durante l’antichità greco-romana, l’isola Hyperborea era chiamata anche in due altri modi: Thule e Siria. Per quanto riguarda Thule, c’è un breve testo di Pitea di Marsiglia che tratta del viaggio alla ricerca di questa terra fino ai ghiacci polari.
Il nome greco Thule è ovviamente l’equivalente del sanscrito Tula, che significa “scala” o “libra” (bilancia), che è il segno zodiacale della Bilancia; tuttavia, secondo un’altra interpretazione tradizionale, nei tempi primordiali Tula era il nome della costellazione polare. I due piatti della bilancia erano rappresentati dall’Orsa Maggiore e dall’Orsa minore, che in India sono le due costellazioni chiamate “sette orsi” (saptaṛkṣa). L’orso, come abbiamo visto, è il simbolo dell’usurpazione kṣatriya, perciò questo nome deve essere considerato posteriore all’originale Tula e databile all’epoca immediatamente precedente alla discesa di Paraśurāma. Tuttavia, la Bilancia, come costellazione polare, è anche la dimora dei sette ṛṣi, e in questo caso si chiama Saptarṣi; questo nome brahmanico è sicuramente più antico della denominazione tipicamente kṣatriya di Saptaṛkṣa e ci riconduce alla tradizione iperborea.
Omero nel Poema Odissea riferisce che il nome della Terra Suprema è Siria (Συρία, leggi Syrìa); questo nome significa “Casa del Sole” (sanscrito Sūrya). Questa terra è descritta come un’isola situata oltre l’Ortigia (l’antico nome di Delos), un’altra isola lontana nell’Oceano Atlantico. Essendo più lontana di Delos, la Siria può essere facilmente identificata con Hyperborea.
Ora aggiungeremo alcune informazioni su Hyperborea tratte dalla letteratura greca e romana. Diodoro Siculo afferma:

La loro terra era nell’Oceano ed era simile per dimensioni alla Sicilia: Leto, madre del Dio Apollo, nacque lì. Questo spiega il legame molto stretto che lega Apollo a queste genti e la presenza in quella terra di un magnifico tempio sferico dedicato al Dio. Gli iperborei vivevano in perfetta felicità ignorando il dolore, la malattia e la morte”.

Plinio aggiunge alcuni dettagli:

In quel paese si trova uno dei cardini [uno dei due poli] attorno al quale ruota il cosmo. Questa è una terra soleggiata e temperata, libera da ogni aria nociva; qui gli iperborei vivono in boschi e foreste e non conoscono alcun conflitto o malattia”.

In quell’età benedetta gli Dei si confondevano con gli esseri umani ed era difficile distinguerli. In effetti gli uomini erano così longevi da sembrare quasi immortali. Nascevano direttamente dalla terra e la terra forniva loro spontaneamente tutti i tipi di cibo. Dalle precedenti informazioni possiamo dedurre che gli Iperborei erano strettamente imparentati con gli Haṃsa della tradizione hindū, l’umanità primordiale non ancora divisa socialmente in caste (ativarṇa).
Nell’Inno omerico dedicato al Dio Dioniso leggiamo:

Non è possibile trovare la meravigliosa strada per Hyperborea”;

Pindaro afferma anche:

Né per terra né per mare, nessuno poteva trovare la meravigliosa strada che porta alle feste iperboree”.

Con l’inizio dell’Età dell’Argento, la strada per l’Hyperborea si interruppe. La nuova umanità decaduta non poteva più raggiungere quella Terra benedetta durante la vita terrena. Tuttavia, dalla loro inaccessibile dimora gli Iperborei continuano a proteggere l’umanità indebolita con interventi costanti, ogni qual volta è necessario correggere le deviazioni manifestatesi nelle diverse generazioni dell’umanità. Ora si può più facilmente riconoscere una certa identità fra Hyperborea e l’Uttarakuru della tradizione hindū. A seguito della chiusura dell’accesso alla comune dimora originaria, la Tradizione ha preso due direzioni diverse in oriente e occidente. In Asia, il Sanātana Dharma continuò nella sua corretta forma vedica, mentre nei paesi occidentali sviluppò tendenze devianti manifestate nella successiva tradizione Atlantidea. Da allora la patria iperborea fu protetta dai grifoni, animali mitici con testa d’aquila e ali e corpo di leone che stazionavano presso il monte polare del Dio Apollo e che tiravano il suo carro (vāhana). I grifoni proteggevano le frontiere iperboree dagli Arimaspi, barbari con un occhio, dediti solo alla metallurgia, simili ai monocoli Ciclopi. Nella mitologia greca, i Ciclopi erano gli assistenti di Efesto, Dio dei fabbri. Da ciò possiamo dedurre che gli Arimaspi, i nemici di Iperborea, erano collegati a tenebrosi poteri sotterranei; come vedremo in seguito, anche gli Atlantidi erano dediti alla metallurgia.

Esaminiamo ora le caratteristiche di Apollo, il Supremo Dio iperboreo figlio di Zeus e Latona. Quando Latona cercava un rifugio dove partorire i suoi figli, fu accolta soltanto nell’isola di Delos, nel territorio Iperboreo; lì diede alla luce i divini gemelli Apollo e Artemide, il Dio del sole e la Dea della luna. All’età di quattro anni, Apollo costruì il suo tempio sferico, l’emisfero celeste boreale a Delo. Poi si recò in Grecia trasportato da cigni (sskrt. haṃsa), gli uccelli sacri iperborei. In quel periodo dell’Età dell’Argento, la Grecia fu devastata da Pitone, un mostruoso serpente titanico (asura o Ahi). A Delfi, Apollo uccise Pitone con le frecce del suo infallibile arco, frecce che sono i raggi del sole; quindi costruì un santuario oracolare sul cadavere dell’asura. In questo Santuario il Dio stabilì una sacerdotessa, la Pizia, che proferiva oracoli quando era da lui posseduta; Apollo fu così soprannominato Pitagora, “colui che possiede la Pizia”. E da lì a poco Delfi sarebbe diventato il tempio più importante di tutta la Grecia.

In conclusione, riportiamo un passaggio di Giamblico che dimostra che l’organizzazione iniziatica (sampradāya) fondata da Pitagora non fu altro che la continuazione di una primordiale paramparā iperborea:

Un certo Abaris, sacerdote di Apollo, giunse da Iperborea, di cui il Dio era originario. Era un uomo anziano e saggio, molto esperto in scienze sacre. Stava tornando dalla Grecia nella sua terra e aveva raccolto dell’oro da offrire al Tempio del suo Dio. Attraversando l’Italia conobbe Pitagora e lo trovò del tutto somigliante al Dio di cui era sacerdote. Abaris, dunque, lo riconobbe come fosse Apollo stesso in base ai tratti venerabili che in lui ravvisava, oltre che dai segni distintivi che, in quanto suo sacerdote, già conosceva. Così “restituì” a Pitagora la freccia che aveva portato con sé come suo veicolo durante il suo lungo viaggio. Pitagora accettò la freccia senza sorpresa e senza chiedere la ragione di quel dono, anzi proprio per dimostrare che era davvero il Dio iperboreo, in privato mostrò ad Abaris la sua coscia d’oro, confermandogli definitivamente con questa prova che la sua intuizione era fondata. Inoltre, Pitagora dopo aver enumerato uno ad uno tutti i doni votivi custoditi nel Tempio iperboreo, rafforzò la sua convinzione d’essere proprio al cospetto del Dio. Infine, Pitagora spiegò che si era insediato lì allo scopo di prendersi cura e beneficare l’umanità; ma aveva assunto le sembianze umane in modo che gli uomini non fossero intimoriti dalla sua natura divinità e non rifuggissero dal suo insegnamento”.

Gaṇapati

6. The Gold Age. The Hyperboreans

The Gold Age. The Hyperboreans

There is a “Holy Land” par excellence, which is the prototype for any other. That spiritual centre, to which the other sacred lands are subject, is the seat of the Primeval Tradition, or Sanātana Dharma, from which all the other Traditions, in dhārmika or religious shape, have derived adapting themselves to a time, to a place and to a mankind.
This primordial “Holy Land” is the “Supreme Country” according to the saṃskṛta term Paramadeśa, warped by the Chaldeans in Pardes and by the Latins in Paradisum, Paradise. The site of the Primordial Tradition, source of all the others, is located northward or, more exactly, at the North Pole, as mentioned in the Vedas and in several Sacred Books of other Traditions.
During the rule of Kronos, during the Gold Age, the Satya yuga of the Hindūs, the Supreme Country, where day and night lasted each for six months, was located very close to the Pole or at the Pole itself.
We will call Hyperborea that land, as the ancient Greeks did, even if this term shows that they had already lost the knowledge of its true location. Indeed, if Borea means North, Hyperborea (beyond the North) appears as a nonsense. In this way, Borea is the exact equivalent of the saṃskṛta term varāha. The root var for the name of the wild swine is found in the Anglo-Saxon languages in the form of bor-boar. Since Hyperborea was a land or an island, one should call it in the feminine form Vārāhī, i.e. the “Country of the boar”. Later, in the next Silver Age (Treta yuga), it was known as the Country of the Bear. That second Era coincided with the kṣatriya rule on the world, which Paraśurāma concluded. Ancient Greeks symbolized the kṣatriya rebellion against the brāhmāṇas with the myth of the hunting of the Calydonian wild boar. The killing of the Calydonian boar by Warriors and Kings represented the defeat of the priestly caste. Athenæus of Naucratis relates that the Calydonian boar was white-haired, as well as the śveta Varāha of Hindū Tradition. Also in Celtic Tradition boar and bear respectively were the symbols of Spiritual Authority and Temporal Power, that is to say the two Celtic castes of Druids and Knights.
During Greek-Roman antiquity, the island of Hyperborea was called in two other forms: Thule and Syria. With regards to Thule, there is a short text by Pytheas of Marseille on the journey in search of such land all the way up to the polar icepack.
The Greek name Thule is obviously the equivalent of the saṃskṛta Tula, meaning scale or libra. Libra is one of the zodiacal signs; however, according to another traditional interpretation, in the primordial times Tula was the name of the polar constellation. The two weighing plates of the scale were represented by the two Bears, Ursa major and Ursa minor, the two Saptaṛkṣas. The bear, as we have seen, is the symbol of kṣatriya usurpation. Nevertheless Libra, as polar constellation, is also the mansion of the seven ṛṣis, and in this case is called Saptarṣi. This name is surely more ancient than Saptaṛkṣa, and leads us back to the Hyperborean Arctic Tradition. Homer in his poem Odyssey refers the Supreme Land as Syria (Συρία, read Süria). This name means Home of the Sun (sskr. Sūrya). It is described as an island located beyond Ortygia (the ancient name of Delos), another island faraway in the Atlantic Ocean. Being farther than Delos, Syria can be easily identified as Hyperborea.
We will now add some other information about Hyperborea from Greek and Roman literature. Diodorus Siculus affirms:

Their land was in the Ocean and was similar in size to Sicily: Leto, mother of the God Apollo, was born there. This explains the very close tie linking Apollo with these people, and the presence in that land of a magnificent spherical temple dedicated to the God. Hyperboreans lived in perfect happiness ignoring sorrow, illness and death.”

Pliny adds some more details:

In that country is located one of the Poles around which the cosmos revolves. This is a sunny, temperate land, free from any harmful air; here Hyperboreans live in woodland and forests and they do not know any struggle or disease.”

In that blessed age the Gods mingled with human beings and it was difficult to tell them apart. In fact, men were so long-lived to appear almost immortal. They were born directly from earth and the earth spontaneously provided them with all kinds of food. From the foregoing information we can say that the Hyperboreans were closely related with the Haṃsas of Hindū Tradition, the primordial mankind not yet divided into social castes (ativarṇa).
In the Homeric Hymn dedicated to God Dionysus we read:

You cannot find the wonderful road to Hyperborea” 

Pindar also states:

Neither by land nor by sea anyone could find the wonderful road leading to the Hyperborean feasts”.

With the beginning of the Silver Age, the road towards Hyperborea was disrupted. The new fallen humanity could no longer reach that blessed Land in life. However from their inaccessible home, the Hyperboreans continued to protect the weakened humanity intervening any time was necessary in order to correct the deviations arising in other branches of humanity. Now one can easily recognize the identification between Hyperborea and Uttarakuru of Hindū Tradition. The access to the common original Home being obstructed, Tradition took two different directions in East and West. In Asia the Sanātana Dharma continued in its correct Vedic form, whereas in Western countries it developed deviant tendencies manifested in the subsequent Atlantean Tradition.
Since then, the Hyperborean Home was protected by the griffins, mythical animals with eagle head and wings and lion body. They were the God Apollo’s mount (vāhana), and they pulled his chariot. The griffins were protecting the Hyperborean frontiers against the Arymaspes, one-eyed barbarians dedicated to blacksmithing, looking like the monocle Cyclops. In Greek mythology, Cyclops were the assistant of Hephaestus, God of blacksmiths. From this we can infer that Arymaspes, the Hyperboreans enemies, were connected with dark underground powers. As we will see further, Atlanteans also were devoted to metallurgy.
Now we will examine the character of Apollo, the supreme Hyperborean God. Apollo was born from Zeus and Leto. Seeking Leto a place to deliver her children, she was welcomed in Delos island, in the Hyperborean domain. Here she gave birth to the divine twins Apollo and Artemis, the Goddess of the moon. At the age of four, Apollo built his spherical temple in Delos. Then he arrived in Greece carried by swans (haṃsas), the Hyperborean sacred birds. In that Silver Age period, Greece was devastated by Python, a monstrous titanic she-snake (asurī). In Delphi, Apollo killed Python with the arrows of his infallible bow, arrows that are the sun rays. Apollo, then, built an oracular shrine over the asurī corpse. In this Sanctuary the God established a priestess, Pythia, who gave oracles when possessed by the God. There, Apollo was called Pythagoras, the “one who possesses the Pythia”. Thereafter, Delphi became the most important temple in Greece.
In conclusion, we would like to mention a passage from Iamblichus demonstrating that the initiatory organization (sampradāya) founded by Pythagoras was indeed the continuation of a primordial Hyperborean paramparā: “A certain Abaris, priest of Apollo, was original from the Hyperborean land. He was a wise old man, very knowledgeable in sacred subjects. During his travelling he gathered gold for the Temple of his God. Coming back from Greece he passed through Italy, where he met Pythagoras. In his opinion Pythagoras looked like the God, so Abaris recognized him to be Apollo himself. Then, he gave him the arrow used as defense during his long journey. Pythagoras took the arrow without any surprise, without asking the reason of that gift, just as if he were the Hyperborean God himself. He, then, privately showed his golden thigh to Abaris. That was the ultimate evidence that the stranger priest’s intuition was not wrong. Moreover, Pythagoras enumerated, one by one, the votive gifts kept in the Hyperborean Temple, convincing him that he was right. Finally Pythagoras explained that he had come there with the purpose of healing and benefiting mankind; he had assumed that human appearance so that men would not fear his divinity and shy away from his teaching”.

Gaṇapati

6. 2- Dissoluzione dell’illusione del Jīvatva

2- Dissoluzione dell’illusione del Jīvatva

Se siamo davvero Śiva svarūpa, se siamo proprio dell’essenza dell’Assoluta Realtà, allora com’è che sorge questo errore che ci fa credere d’essere anime trasmigranti (jīva)? Qual è la ragione per la quale piacere e dolore (sukha duḥkha) che non esistono affatto in Śiva svarūpa, appaiono come realmente esistenti? Se si afferma che non esistono affatto, qual è allora la ragione per cui agli uomini sembrano realmente esistenti? Quando anche i vedāntin, che pure affermano di non essere jīva e che il jīvātman stesso è una concezione erronea, compiono azioni quotidiane come tutti gli altri, che prova (pramāṇa) abbiamo per affermare che il loro jīvātman è stato eliminato? Tale dubbio può sorgere nelle menti di alcuni di noi, se non di tutti. Come risposta a queste domande il secondo verso afferma:

2. Proprio perché la corda non è conosciuta correttamente come corda, in essa appare un serpente. Similmente, poiché il nostro Ātman non è intuito e conosciuto come realmente è, in esso appare questo jīvatva. Come quando i jñāni riconoscono che l’oggetto davanti a loro è una corda, così quando insegna un autentico maestro, lo śiṣya realizza: «Io non sono un jīva: in realtà sono solo Śiva.»

Commento: Siamo ingannati da bhrānti, cioè dall’illusione d’essere jīva perché non conosciamo la nostra vera essenza. Quando intuiamo la nostra vera essenza, questa illusione scompare. Facciamo un esempio: a noi tutti può capitare l’esperienza di confondere una corda che giace a terra nella penombra con un serpente. Non è forse vero che questa illusione sorge perché non abbiamo riconosciuta la reale natura della corda? Finché persiste l’illusione, appare un serpente e solo un serpente. Ma nel momento in cui abbiamo l’esperienza conoscitiva che si tratta solo d’una corda, questa illusione scompare totalmente, senza lasciare alcuna traccia del serpente in nessun luogo e in nessun tempo. Proprio come nell’esempio il serpente appare in quanto risultato di un’illusione, così nell’insegnamento esposto, l’idea di essere un individuo (jīvātva) è soltanto un’apparenza causata da una sottile illusione. In questo consiste l’insegnamento iniziatico (siddhānta) del Vedānta.
Esaminiamo in forma ancora un po’ più dettagliata lo stesso esempio. Cos’è quella cosa che è apparsa come serpente sulla corda come risultato di bhrānti? Quella cosa è diversa dalla corda? No, perché quando avviene la corretta conoscenza, allora sorge l’esperienza cognitiva (pratyaya anubhava) a confermarci che «Questa è solo una corda, non è un serpente». Nessuno afferma mai che un serpente reale appare durante il nostro bhrānti; perché quando quell’illusione è rimossa, nessuno andrà a cercare dove mai sia andato a finire il serpente. E nessuno ha visto o udito qualcuno che sia morto a causa del morso di una corda-serpente. Anche quando una persona inciampa per caso in una corda è spaventata dalla seguente falsa credenza: «Ho inciampato in un serpente, sono stato morso, perciò sono stato avvelenato». In tal caso costui potrebbe perfino morire [per lo spavento]. Ma anche allora non potremmo affermare che la sua morte sia stata causata da un reale morso di serpente. Non è nemmeno accettabile la credenza che durante quella percezione sensoriale la mente abbia davvero trasformato la corda in un serpente, perché nessuno può pensare seriamente che il manas abbia un tale potere. Invero, riconoscere che in quell’occasione non esisteva alcun serpente, in quanto c’era soltanto una corda, è una prova sufficiente per convincerci che anche mentre c’era l’illusione non esisteva affatto alcun serpente reale. Pensare che durante l’illusione la corda stessa si fosse trasformata in un serpente sarebbe il massimo dell’impudenza, perché se le cose potessero abbandonare da sole la loro natura essenziale e trasformarsi nella natura essenziale di altre cose differenti, allora in questo mondo nessun fatto empirico degno di questo nome potrebbe essere preso sul serio e, in tal caso, regnerebbe il caos . In quel caso non esisterebbe la regola per cui lo yogurt deve essere solo prodotto dal latte; né, di converso, ci sarebbe la regola per cui il latte è ciò che produce lo yogurt. Allora, in certi casi, anche l’acqua potrebbe diventare yogurt; e in altre occasioni il latte, mischiato a un agente di fermentazione, potrebbe diventare acqua! Se ci fossero tali condizioni e quindi un totale stato di caos, come potrebbero gli esseri umani svolgere la loro routine quotidiana e come potrebbero agire, basandosi su tali convinzioni? Possiamo affermare che nella corda sia esistita una piccola parte o un’ombra di un serpente e che essa, quando eravamo in preda all’illusione, appariva come serpente? Questa è un’opinione insostenibile. Inoltre, nessuna persona intelligente e saggia potrebbe mai dimostrare che se una certa cosa è parzialmente contaminata dalla sostanza di un’altra cosa, quella piccola parte contaminata possa apparire illusoriamente sotto una forma diversa, a seconda del momento o della situazione. Neppure potrebbe affermare che in un particolare momento di bhrānti sia realmente venuto a esistere un serpente e che, non appena l’illusione sia scomparsa, il serpente muoia. Tutto ciò contrasta con l’esperienza generale. Quando vediamo un serpente ci si interroga forse se quello sia un serpente, oppure se sia soltanto un’illusione? Alcuni sostengono che quando vediamo una corda e affermiamo di vedere un serpente, ciò accade perché ne abbiamo il ricordo in memoria. Anche questa non è una conclusione appropriata, perché non c’è alcuna ragione per cui il serpente debba apparirci solo perché abbiamo il ricordo d’un serpente. E ancora, perché la corda dovrebbe scomparire solo perché noi ricordiamo un serpente? A questa domanda, i sostenitori della teoria precedente non possono dare alcuna risposta convincente. In quella circostanza, noi non diciamo: «Io ricordavo un serpente», ma invece descriviamo la nostra percezione così: «Io ho visto un serpente». Cioè la nostra esperienza contraddice sia la deduzione precedente sia la mera finzione dell’immaginazione. In ogni modo, nell’esempio non c’è affatto un serpente reale e nemmeno esiste un ricordo di esso. Ma anche in questo caso, sotto l’incantesimo dell’illusione, noi abbiamo l’esperienza condivisa d’aver visto un serpente. Come si risolve questo problema?
Noi rispondiamo che è falso che il serpente sia venuto a essere. A coloro che, nella penombra, non riconoscono correttamente la corda come corda, quella corda appare proprio come serpente; ma non è che nella corda esista veramente un serpente. Durante l’illusione, il serpente non nasce né viene a essere; e dopo che la corretta conoscenza è stata raggiunta, il serpente non scompare veramente.
Questo insegnamento spirituale dello śāstra è confermato dalla conoscenza e non dalla credenza, perché conduce a riconoscere di aver sbagliato, di aver preso erroneamente la corda per un serpente. Perciò il serpente era solo un’idea, mentre solamente la corda è la realtà. Soltanto ciò può essere affermato definitivamente. Ma cercare una causa per il serpente proiettato dalla bhrānti non è né ragionevole né esatto.
Alcuni vedāntin del giorno d’oggi affermano che un certo potere chiamato avidyā ajñāna si basa sull’Ātman. Ogni oggetto che esiste in vyavahāra, ossia nel mondo dell’azione, sarebbe ricoperto da una parte di ignoranza (ajñāna aṃśa). Se un certo oggetto è conosciuto per mezzo di jñāna, questa maschera sovrapposta o questo potere coprente, scomparirebbe. La ragione che fa apparire la corda come serpente a causa della falsa conoscenza (bhrānti) consisterebbe nel fatto che in quel momento quella parte di ignoranza (ajñāna aṃśa) che sta nella corda si trasforma in serpente: l’ajñāna aṃśa, ossia l’altra parte d’ignoranza che esiste in chi guarda, si trasforma nella percezione o “conoscenza” del serpente.
L’avidyā che è menzionata in questa teoria non ha riscontro nell’esperienza di nessuno, e non è affatto menzionata da nessuna parte nel Bhāṣya di Śaṃkara. Quella corda-serpente, a cui si rifanno i sostenitori che riconoscono la teoria che “avidyā ricopre o avvolge Ātman”, non è per nulla accettata; quell’esempio e la loro interpretazione non sono validi né pertinenti in questo contesto. Poiché questa è una teoria molto discussa negli ambienti vedāntici che non desideriamo trattare in questo commento scritto per guidare i jijñāsu .
Dobbiamo dunque interpretare correttamente l’esempio della corda e del serpente: vale a dire che, quando cerchiamo di capire l’adhyāsa sovrapposto al nostro Ātman, dobbiamo comprendere che esso esiste a causa della bhrānti o illusione. Che noi siamo jīva, è veramente soltanto bhrānti. Non è che il jīvatva veramente esista in realtà: questa bhrānti persiste per il fatto che noi non conosciamo il nostro svarūpa. La corretta conoscenza è che noi siamo sempre eternamente solo Śiva svarūpa.

Obiezione: non è esatto dire che la corda sia oggetto della coscienza-conoscenza, mentre il serpente appaia soltanto. La regola vuole che quello che appare sia esso stesso un oggetto. Perciò, in questo caso, sembra corretto affermare che un certo serpente appare da solo. Altrimenti, se si respinge l’esperienza generale, si potrebbe anche sostenere che il fenomeno, ossia l’oggetto che appare, sia una cosa e che l’oggetto vero sia un’altra. Ma allora, quando si guarda un uomo si potrebbe vedere un fiume, quando si guarda una collina si potrebbe vedere una città, e quando si guarda un elefante, una gallina. Ma nella nostra esperienza non è mai così.

Risposta: Non c’è una regola fissa per cui abbiamo sempre l’esperienza di un oggetto così com’è. Per spiegarci meglio, se affondiamo una mano in acqua fredda e l’altra in acqua calda, quando le tiriamo fuori e le immergiamo tutte e due in acqua tiepida, allora alla mano che è stata immersa in acqua fredda, quella tiepida appare calda, e alla mano che è stata nell’acqua calda, la tiepida appare fredda. Sebbene l’acqua tiepida abbia un’unica temperatura, dato che non può avere diversi gradi di calore contemporaneamente, tuttavia ci pare che abbia gradi di calore diversi, a causa della bhrānti. Coloro che si ostinano ad affermare che un oggetto deve esistere come appare, affermeranno dunque che in una medesima acqua esistono temperature diverse. Questa teoria è inaccettabile. Oltre a ciò, è esperienza comune che la conoscenza sia di due tipi, quella corretta e quella errata.
Nella conoscenza corretta l’oggetto appare com’è, e nella conoscenza errata appare in forma diversa. Stando così le cose, sostenere contro l’evidenza che ciò sia sbagliato e che in realtà dovrebbe essere diversamente, non può esser mai giustificabile. Quindi il problema che la corda appaia essere un serpente a causa dell’errore, è la conclusione corretta.

Obiezione: Come si può dire che sia sbagliato credere che il serpente esista veramente durante il periodo in cui appare? Se fosse sbagliato, allora, quando appare la corda quale prova si potrà apportare per sostenere la reale esistenza della corda?

Risposta: A questo abbiamo già risposto. Sebbene nel corso dell’illusione sia apparsa come un serpente, quando si addiviene alla corretta conoscenza si ha la chiara convinzione, basata sull’esperienza, che si tratta soltanto d’una corda. In essa non è mai esistito un serpente. L’esperienza di aver visto un serpente in verità era un’illusione. Ma la conoscenza della corda non è affatto così; nessuno mai arriva ad affermare: «questa non è una corda». Perciò quella è proprio la corretta esperienza. Invece, l’esperienza che può essere eliminata e smascherata non può essere reale.

Obiezione:  Che dire del caso in cui un’illusione sia cancellata da un’altra illusione? Per esempio: da lontano un uomo può pensare che per terra ci sia una fenditura e quando s’avvicina s’accorge che è soltanto un bastone. Infine, avvicinandosi ancor di più, constata che è solo una corda. In questo esempio la conoscenza del bastone ha rimosso la conoscenza della fenditura; pur tuttavia, nemmeno il bastone non era reale. Come si risolve questo problema?

Risposta: Il tuo esempio sostiene proprio la dottrina per cui quello che è smascherato e rimosso, non è reale. È vero che non c’è una regola fissa per cui la conoscenza che annulla un’altra debba essere sempre reale; ma questo non vuol dire che la gente non possa mai conoscere l’esistenza dell’oggetto finale che non può essere rimosso. Il serpente che appare nella corda, per la persona ingannata è effettivamente un serpente, sebbene ad altri appaia come una corda. Ma, una volta esaminato, anche a colui che erroneamente aveva pensato fosse un serpente, apparirà essere una corda. Dato che, sia la corda sia la cognizione che essa è una corda non sono mai contraddette, la gente, come regola generale, considera che questa è una corretta conoscenza nell’esperienza empirica. In questo contesto abbiamo usato l’esempio della corda e del serpente, considerando la corda come reale come è generalmente accettato da tutti. Ma, in ultima analisi, non è affatto nostra opinione che la corda possa essere realmente inconfutabile (abādhya) e che, a nostra conoscenza, non possa essere mai contraddetta. Infatti, i vedāntin affermano che solo l’Ātman è l’ultima assoluta realtà e che sia jīvatva sia jagat sono conoscenze erronee.
Perciò se è messa in discussione anche la realtà della corda, che è supporto o sostrato per il serpente, non c’è alcuna contraddizione con il loro insegnamento. Dato che nella loro dottrina (siddhānta) l’intero mondo duale è falso, irreale (mithyā), perfino la corda inclusa in quel mondo è essa stessa mithyā. La corda è comunque una vyāvahārika sattā, una realtà empirica, mentre il serpente che appare in essa a causa di bhrānti non è affatto altrettanto reale, essendo solamente una apparenza provvisoria (prātipathika dṛśati). Fra la corda e il serpente, questa differenza continuerà sempre a esistere.