May 15, 2017

5. L’approccio storico

L’approccio storico

Con i precedenti articoli abbiamo cercato di fornire ai lettori di tradizione hindū gli strumenti critici necessari per comprendere la situazione generale della civiltà occidentale; lo studio di aspetti e di periodi storici specifici sarà affrontato nei contributi che seguiranno. Acquisendo queste informazioni, i nostri lettori saranno in grado di sciogliere gli intricati nodi che rendono la civiltà occidentale così difficile da capire per lo spirito tradizionale.
La prima anomalia riscontrata è che per la comprensione della situazione tradizionale in Occidente si deve ricorrere allo studio della sua storia. Al contrario, il Sanatana Dharma non ha bisogno di alcuno strumento storico per essere descritto; questo perché la conoscenza metafisica ne è la fonte, il centro e il fine, ed è per sua natura eterna, intuitiva, onnicomprensiva e “attimale”, dell’italiano “attimo”, cioè “senza tempo”. Tale conoscenza certamente esistente all’inizio della civiltà occidentale, ha lasciato solo qualche traccia letteraria; così gli occidentali, avendo perso la loro conoscenza metafisica, sono rimasti imprigionati nel divenire, nell’azione, nel movimento; per tale ragione una siffatta visione, limitata alla sfera spazio-temporale e cosmologica, non può che riferirsi inevitabilmente al solo sviluppo storico. Gli stessi testi sacri delle religioni occidentali degli ultimi millenni non sono altro che racconti; del resto risultano tali anche i poemi epici , l’Iliade e l’Odissea che narrano rispettivamente la storia della Guerra di Troia e dei viaggi dell’eroe Odisseo, che i Greci consideravano alla stregua di Libri sacri. I Libri sibillini, i testi sacri dei romani, poco più tardivi, erano solo strumenti interpretativi ad uso degli oracoli. Per questo motivo nell’Era imperiale, il poema di Virgilio, l’Eneide, assunse di fatto la funzione di Libro sacro. Questo poema epico, come i poemi greci a cui s’ispira, è il racconto delle gesta dell’eroe troiano Enea, i cui discendenti divennero i fondatori di Roma. La medesima tendenza storicistica si riscontra anche nel ramo semitico delle religioni occidentali i cui testi sacri sono prevalentemente costituititi da eventi storici o presunti tali. L’Antico Testamento biblico è la storia del popolo ebraico dalla creazione di Adamo, il primo uomo, al VI secolo a. C. Il Nuovo Testamento, il Vangelo, è la storia della vita di Gesù Cristo e della sua missione tra gli ebrei. Il Corano è la storia dei profeti da Adamo a Muhammad. In tutti i testi sacri del ramo semitico della Tradizione occidentale che i musulmani definiscono religioni abramiche, possiamo trovare alcune indicazioni rituali, morali, giuridiche; occasionalmente vi compaiono anche componenti simboliche, ma il carattere storico della narrativa di queste rivelazioni è comunque predominante.
Con il passare dei secoli, l’importanza attribuita dagli occidentali allo storicismo è diventata una vera ossessione. Ciò che non è attestato da documenti scritti è come se non esistesse. Sulla base della concezione scientifica inventata dagli occidentali secondo le loro credenze, i documenti scritti sono l’indiscutibile prova della verità, come se la scrittura non potesse essere manipolata riportando bugie, attestando falsificazioni, trasmettendo ignoranza. Infatti, non appena la storiografia divenne un dogma secolare, la storia è stata sempre più spudoratamente contraffatta a beneficio delle ideologie e degli interessi dominanti. Un salto di qualità, in questo senso, lo ha determinato la scoperta della stampa, che ha permesso la diffusione capillare della distorsione storica attraverso i mass-media. Attualmente questa tendenza manipola in modo crescente e sistematico l’opinione pubblica con l’uso delle nuove tecnologie volutamente distribuite a basso prezzo anche tra semianalfabeti.
Il metodo storico, per operare più facili manipolazioni dei documenti scritti, utilizza la scienza filologica. Tutti sanno infatti che quando i filologi non capiscono una frase a causa della loro incapacità di comprensione, incompetenza o pregiudizio, la dichiarano una “interpolazione”. Un altro strumento usatissimo di falsificazione storica è mettere in discussione la paternità del documento. Quando la Tradizione dichiara che un libro è stato scritto da un famoso autore, spesso si mette in discussione l’autenticità di tale attribuzione per mezzo di strumenti filologici appositamente confezionati. A questo scopo, il testo viene confrontato con altre opere scritte dello stesso autore evidenziando tutte le parole insolite e le forme sintattiche inconsuete. Su questa base il testo è dichiarato falso e il nome dell’autore da allora sarà preceduto dal prefisso “pseudo”. Questo è sufficiente per screditare anche il contenuto del testo fasullo, privandolo in questo modo di ogni credibilità e autorevolezza. Gli storici e i filologi infatti non tengono in nessun conto se il testo è coerente con il contenuto di altri libri dello stesso autore e con il suo pensiero. Infatti, se un testo è veramente coerente che importanza può avere se è stato scritto da una o da un’altra persona?
In questo modo anche molti importanti trattati di Śaṃkara e di altri autori sono stati dichiarati inaffidabili.
Naturalmente l’indagine filologica non ci permette di indagare la storia dell’umanità prima dell’affermarsi della scrittura. Per questo motivo l’archeologia si è affermata come la seconda presunta fonte obiettiva di informazioni storiche.
Per i tempi protostorici, ovvero quelli privi di qualsiasi sistema grafico, alfabetico o altro di tal genere, viene utilizzata la documentazione basata sulla “cultura materiale”. Questa formula dichiara la debolezza dell’archeologia come strumento di ricerca storica. Infatti, attraverso la “cultura materiale”, al massimo è possibile inferire il livello tecnologico raggiunto dall’umanità antica, ma nulla riguardo alla sua conoscenza intellettuale. Nei villaggi rurali indiani si possono ancora incontrare numerosi saggi depositari della conoscenza più sublime che abitano case di mattoni riscaldate dal sole, con terra battuta come pavimento e tetti di paglia, che gli archeologi considererebbero case di primitivi o persino di quegli “ominidi” bestiali inventati dalla paleoantropologia.
Infine, la storiografia, fatto ancor più grave, è impotente a considerare il documento più diretto dell’intelligenza umana: la trasmissione orale.
Questo passaggio da bocca ad orecchio, perpetrato di generazione in generazione, non può essere guastato da tarlo e muffe, distrutto dal fuoco o dilavato da esondazioni. Tuttavia, mantenendo intatto il contenuto, è in grado di produrre modifiche minime per adattarsi ai cambiamenti del tempo. Questa trasmissione perenne è il Sanatana Dharma stesso che per la sua conservazione e adattabilità, beneficia della funzione del veggente Veda Vyasa (mitico ṛṣi che svolge la funzione di adattatore dei testi sacri e dello stesso Dharma per opporsi al decadere dei tempi; si contano ventotto Vyāsa). La tradizione orale non può essere sostituita dalle registrazioni offerte dalle tecnologie contemporanee, perché il destinatario della trasmissione deve essere qualificato.
Inoltre, l’artificialità degli strumenti tecnologici e la carenza intellettuale dell’intervistatore profano non consentono alcuna trasmissione comprensibile del messaggio. Pensiamo come esempio alla pubblicazione delle interviste a Śrī Rāmaṇa Maharṣi, prova evidente dell’impossibilità di una trasmissione profana. Ritornando al nostro argomento principale, riteniamo che ora le cose possano essere più chiare per i nostri lettori indiani, cosicché dal prossimo capitolo cominceremo a illustrare la Tradizione occidentale, la sua decadenza, corruzione e rovesciamento, usando anche noi degli strumenti storici. Questo perché l’Occidente, fin dalla sua emersione dalla preistoria, aveva già perso il senso dell’eternità e si dibatteva nella ragnatela del divenire che si era deliberatamente autoimposta. Era perciò prevedibile che una tale attitudine mentale avrebbe alla fine prodotto una teoria come quella dell’evoluzionismo darwiniano. Partendo da epoche primordiali, inizieremo pertanto a illustrare la storia del mondo occidentale e delle sue tradizioni com’erano considerai dagli antichi greci e romani, dagli ebrei e dai celti, arrivando, passo dopo passo, sino ai nostri giorni. In questo modo vedremo l’ascesa e la caduta degli Imperi, lo splendore delle Religioni scomparse, le vicissitudini degli sconvolgimenti etnici e sociali. Considereremo la nascita e la decadenza di civiltà e nuove religioni, la loro corruzione e la loro inversione in quello che nel corso dei millenni si dispiega come un vero piano diabolico. Descriveremo la sempre più difficile sopravvivenza delle organizzazioni iniziatiche, alcune delle quali sono perdurate fino ad ora, e le persecuzioni che hanno dovuto subire. Ogni volta che se ne presenta l’opportunità, metteremo in relazione o a confronto situazioni simili a quelle dell’induismo.
Anzitutto, vorremmo informare i nostri lettori che anche nella prima civiltà greco-romana, si considerava che il tempo non si sviluppasse in modo rettilineo, ma in cicli storici concatenati l’un l’altro. Il poeta Esiodo (VII secolo a.C.) nel suo libro Le opere e i giorni racconta che in origine vi era stata un’Età dell’Oro (satya yuga). In questa era gli Dei crearono una razza umana pura e perfetta, difficile da distinguere da loro. Il tempo tuttavia, scorrendo inesorabilmente verso il basso, diede vita a una seconda Età, quella dell’Argento (treta yuga). Gli uomini di quell’epoca non avevano tutte le virtù della generazione d’oro. Cominciarono a sentirsi uguali agli Dei e ad agire con arroganza, rifiutandosi di compiere sacrifici. Così iniziò l’Età del Bronzo (dvāpara yuga). L’umanità si divise in due razze: giganti, violenti e ribelli contro divinità ed eroi, uomini pii pronti a combattere contro i malvagi che avevano cominciato a popolare la terra. I giganti furono sterminati dagli Dei e dagli Eroi, ma alla fine anche gli Eroi scomparvero, morendo nelle grandi guerre della tarda Età del Bronzo. Con il diluvio che si abbatté su tutta la terra inondandola, ebbe inizio l’attuale Età del Ferro (kali yuga): da allora in poi il male regnò e l’umanità divenne meschina, cattiva e debole. Iniziamo ora la narrazione della Tradizione occidentale partendo dall’Età dell’Oro e dall’umanità divina dell’Epoca primordiale.

Devadatta Kīrtideva Aśvamitra

5. The Historical Approach

The Historical Approach

With the previous short articles we intended to provide the traditional hindū readers with the first critical tools to understand the general situation of Western Civilization.
Further details will be provided with next contributions, in this case referred to a particular field or period. By gathering this information, our readers will be able to dissolve the intricate knots that make Western Civilization so difficult to understand. The first noticed anomaly is that we must resort to History in order to describe Western Traditions.
On the contrary Sanātana Dharma doesn’t need any historical tool to be described. This is because metaphysical knowledge is the source, the centre and the end of Hinduism, which is by nature eternal, intuitive, comprehensible, and “atmic” (Italian adj. “attimale” from subs. “attimo”, i.e. “without time”).
Such knowledge certainly existing at the beginning of Western Civilization, has only left some literary trace. Western people, having lost their metaphysical knowledge, have been imprisoned by the becoming, the action, the movement. Hence, their views confined to the cosmological spatial-temporal sphere have to be forcedly considered only in their historical development.
The same sacred texts of Western Religions of the last millennia are nothing else than Tales. Indeed Greeks have considered the Iliad and the Odyssey Poems as sacred books, being respectively the story of Troy War and of the hero Odysseus travels.
The Sibylline Books, the Romans sacred texts, were only interpretive instruments for oracle purpose. For this reason, in the imperial era, Virgil’s Aeneid Poem practically assumed the function of sacred book. This epic as well as the Greek poems, were the tale of the exploits of Troyan hero Aeneas, whose descendants had been the founders of Rome.
Similarly, also in Semitic branch of Western Religions, sacred texts are predominantly of historical matter. The Bible Old Testament is the history of the Jewish people from the creation of Adam, the first man, to the 6th century B.C. The New Testament, the Gospel, is the story of Jesus Christ’s life and his mission among the Jews. The Qur’an is the story of prophets from Adam to Muhammad. In all these sacred texts of the Semitic branch of Western Tradition, which Muslims define Abrahamic Religions, we can find a few lines on ritual, moral and law, where some symbolic components occasionally appear, but the narrative of their respective revelations throughout history is prevalent in them.
With the passing of centuries, the importance attributed by Western people to historicism has become a real obsession. What it is not attested by written documents it is like it doesn’t exist.
On the base of the scientific conception invented by Western people according to their beliefs, written documents are the indisputable proof of truth, as if the writing could not be manipulated reporting lies, attesting falsehood, transmitting ignorance.
Indeed, as soon as historiography became a secular dogma, history has been increasingly and shamelessly falsified for the benefit of the dominant ideologies.
A qualitative leap has been the discovery of the printing machine which has allowed to the capillary diffusion of historical falsification through mass media. At present this increasing trend systematically manipulates the general mentality with the use of new technologies.
The historical method uses the philological science, created to attain the easiest manipulations from written texts. Everyone knows that when the philologists don’t understand a sentence due to misunderstanding, incompetence or disagreement, they declare it as an “interpolation”.
Another instrument of historical falsification is to questioning the document paternity. When Tradition declares that a book has been written by a famous author, they often decreed questionable his authorship through philological instruments. To this purpose, the text is compared with other works written of the author pointing out all the unusual words and syntactic forms. On this base the text is declared apocryphal, and the author’s name is preceded by the prefix: “pseudo”. This is sufficient to discredit the text as false loosing in this way any credibility.
Historians and philologists do not care at all if the text is consistent with the contents of the other compared books and with the thought of the author. But if indeed a text is truly consistent, what is the importance if it has been written by one or another person? In this way many important treatises of Śaṃkara and of other authors have been declared unreliable.
Of course, philological investigation doesn’t allow us to inquire the previous history of humanity before the writing onset. For this reason archaeology has become the second alleged objective source of historical information.
For the proto-historical times before the invention of any graphical system, alphabetical or not, the documentation of “material culture” is used. This formula declares the weakness of archaeology as historical research instrument. In fact, through the “material culture”, at most, it is possible to infer the technological level reached by ancient mankind but nothing concerning his intellectual knowledge.
In Indian rural villages we could met many wise men of the most sublime knowledge, dwelling in sun-baked brick houses, with beaten earth floor and straw roofs, that archaeologists would consider houses of primitive, or of those brutish “hominids” invented by paleoanthropology.
Finally, historiography is not even able to consider the most direct document of human intelligence: the oral transmission. This tradition conveyed from generation to generation cannot be affected by the woodworm or flooded by rivers. However, keeping the content intact, it is able to assume minimal adjustments in order to be adapted to the changing of time. This perennial transmission is the Sanātana Dharma itself which, for its conservation and adaptability, benefits of seer Veda Vyāsa’s function.
Oral tradition cannot be replaced by the recordings offered by contemporary technologies, because the recipient of the transmission must be qualified. Moreover, the unconsciousness of technological tools, and the intellectual shortage of the profane interviewer do not allow any understandable passage of the message. See, for example, the publication of interviews to Śrī Rāmaṇa Maharṣi, as evidence of the impossibility of profane transmission.
Back to our main subject, we suppose it will now be clear to our Indian readers why, from next chapter, we will explain Western Tradition, its decadence and corruption using historical means.
This is because the West, since its emersion from prehistory, had already lost the sense of eternity and was already struggling in its self-imposed cobweb of becoming. It was inevitable that this mental attitude would have produced the theory of Darwinian evolutionism.
So we will begin illustrating the history of Western world from primordial ages, as the ancient Greeks and Romans, the Jews and the Celts regarded it, and then coming step by step to our time. In this way we will see the rise and fall of Empires, the splendour of disappeared Religions, the vicissitudes of ethnic and social upheavals. We will consider the birth and the decadence of civilizations, their corruption and overturning in a real devilish sense over millennia.
We will mostly describe the increasingly difficult survival of initiatory organizations, some of them remaining till now, and the persecutions they had to suffer. Whenever the opportunity is presented, we will relate or compare similar situations to those of Hinduism.
First we should like to inform our readers that even in the Greek-Roman primordial civilization, time was considered not developed in a rectilinear way, but in historical cycles chained one another.
The poet Hesiod (7th century B.C.) in his book “Works and Days” tells that originally a Golden Age (satya yuga) had been. Then the Gods created a pure and perfect human race, difficult to be distinguished from them.
Time, however, inexorably flowed downward and the second Silver Age (treta yuga) began. The men of that era did not have all the virtues of the golden generation. They began to feel equal to gods and to act arrogantly, refusing to perform sacrifices.
Thus the Bronze Age (dvāpara yuga) began. Mankind divided into two races: Giants, violent and rebel against gods, and Heroes, pious men, but ready to fight against wicked people who had began to populate the earth. Giants were exterminated by Gods and Heroes. But at last also Heroes disappeared, dying in the great wars of the late Bronze Age. A deluge went down flooding the whole the earth and, then the present Iron Age (kali yuga) began; thereafter evil reigned and humanity became petty, vicious and weak.
We begin now the narration of Western Tradition from Golden Age and the divine humanity of primordial Time.

Devadatta Kīrtideva Aśvamitra

4. E) Io sono colui che è distaccato dal "mio", dalla moglie, dai figli, dalla proprietà e dalle ricchezze

E) Io sono colui che è distaccato dal “mio”, dalla moglie, dai figli, dalla proprietà e dalle ricchezze

Così, con la discriminazione basata sull’anubhava è chiaro ed evidente che né il corpo né i sensi né la mente né l’intelletto né il prāṇa sono il nostro Sé. Ora, seguendo il processo di discriminazione, si giunge a quest’altra verità assiomatica: gli oggetti, come i figli ecc., che sono responsabili dell’egoismo, non sono affatto in relazione con il nostro svarūpa. Perché solo in coloro che sono fortemente identificati agli anātman, come corpo e sensi, c’è una forte identificazione con oggetti come moglie, figli, casa, denaro, ricchezze. Alcuni arrivano persino a identificarsi con le loro proprietà. Di conseguenza essi pensano che se moglie e figli sono felici o infelici, anche loro si sentono felici o infelici; si ritengono contenti d’aumentare le loro proprietà e si disperano se le perdono. Invece, con il potere della discriminazione, coloro che hanno ricevuto questo insegnamento spirituale riescono a riconoscere che tali identificazioni sono errate e che in realtà nessuno di quegli oggetti è la loro vera natura: e allora se ne distaccano. È vero che questi attaccamenti sembrano molto intimamente collegati a noi; ma non appare la stessa cosa anche nel sogno? Sebbene la moglie e i figli che abbiamo nel sogno sembrino nostri, quando ci svegliamo capiamo che non hanno alcuna relazione con noi. Così, anche la relazione che pare esistere nella veglia è una mera apparenza, non è affatto reale. Dunque, dobbiamo decidere e concludere in questo modo.

F) Io sono il Sākṣin, l’eterno pratygātman (intimo Sé)

Ora si pone un’altra questione. Se questa manifestazione dell’“Io” che utilizziamo nelle nostre azioni quotidiane non è né il corpo, né i sensi, né la mente, né l’ahaṃkāra che appare come “io”, allora a parte tutte queste cose, qual è la nostra natura essenziale? E come possiamo provarne l’esistenza? Quelli che si pongono questa domanda hanno una inclinazione e un’attrazione per gli anātman esterni, giacché il corpo e gli altri componenti individuali sono tutti oggetti, ossia cose conoscibili. La natura essenziale dell’essere cosciente è però distinta e separata da questi, come è già stato dimostrato. Stando così le cose, affermando semplicemente che: «Nessuno degli oggetti conosciuti come corpo ecc, è me stesso», come si può stabilire che l’“Io” conoscente non esiste?

Obiezione: Anche se accettiamo che né il corpo né i sensi abbiano coscienza o conoscenza, noi tutti dobbiamo per forza ammettere che nel nostro antaḥkāraṇa esiste coscienza; perché se non usassimo l’antaḥkāraṇa non potremmo raggiungere alcuna conoscenza degli oggetti esterni, delle emozioni e delle intellezioni. Allora, se eliminiamo ahaṃkāra come sostrato cosciente della conoscenza e diciamo che tuttavia esiste un’altra natura più essenziale dell’essere, con cosa potremmo provarne l’esistenza? Inoltre, in che modo possiamo provare che in quell’entità più essenziale esista una coscienza-conoscente? La tua affermazione che questo ahaṃkāra individuale non esiste in sonno profondo è vera; ma in quello stato noi non abbiamo alcuna conoscenza-coscienza. Perciò in base all’esperienza del sonno profondo possiamo concludere che al di là dell’antaḥkāraṇa non esiste nulla.

Risposta del Vedāntin: È vero che sembra esserci coscienza nel nostro antaḥkāraṇa. Ma noi tuttavia possiamo conoscere il nostro antaḥkāraṇa, lo osserviamo nella nostra esperienza intuitiva (anubhava). Perciò anche antaḥkāraṇa diventa oggetto. Ciò significa che la nostra natura essenziale è separata da esso. [Prima ti sei detto disposto ad ammettere che né il corpo né i sensi abbiano coscienza o conoscenza] perché antaḥkāraṇa, vale a dire la nozione dell’“io”, conosce le cose esterne e gli altri oggetti. Da ciò hai dedotto che solo in antaḥkāraṇa esiste coscienza. Dato che i sensi conoscono gli oggetti esterni, perché allora non dovresti sostenere che anche negli indriya ecc. esiste coscienza? Invece correttamente hai ammesso che: a) i sensi sono oggettivati da antaḥkāraṇa; b) le funzioni di questi sensi quando conoscono e quando non conoscono, dipendono da antaḥkāraṇa a cui sono collegati, perciò la coscienza che esiste in loro pare essere l’antaḥkāraṇa. Perciò, similmente, devi ammettere che la nostra natura di puro Essere conosce come oggetti le funzioni dell’antaḥkāraṇa sia quando conosce, durante la veglia e il sogno, sia quando non conosce, come nel sonno profondo. Perciò per la nostra vera natura anche antaḥkāraṇa è un oggetto. Ciò significa che il nostro svarūpa deve essere necessariamente separato e diverso da antaḥkāraṇa, poiché anche la coscienza-conoscenza che attribuiamo ad antaḥkāraṇa, dipende dallo svarūpa. O meglio, la Coscienza-conoscenza appartiene proprio al nostro puro Essere. Allora si trae da questo ragionamento intuitivo che la pura Coscienza (śuddha caitanya) è il nostro stesso svarūpa.
Il nostro svarūpa caitanya è il Sākṣin, la Coscienza-Testimone. Ciò significa che è capace di conoscere l’intera serie di non-Sé, direttamente, intuitivamente, vale a dire che non ha bisogno di alcun mezzo che faccia da intermediario. La mente, i sensi ecc. non conoscono i loro rispettivi oggetti direttamente, intuitivamente. Solo se hanno un certo aiuto esterno sono capaci di conoscere. Per esempio: se la mente deve conoscere un bel quadro o uno scenario ha bisogno del senso della vista; e quest’ultimo senso deve appoggiarsi all’organo corrispondente, gli occhi; gli occhi hanno bisogno anche dell’aiuto della luce. Così tutti gli altri soggetti conoscenti (jñātā viṣaya) possono conoscere mantenendo una distanza o separazione dai loro oggetti (vastu). Ma questo nostro svarūpa non conosce né intuisce affatto l’antaḥkāraṇa e il resto degli anātman in questo modo; egli illumina direttamente e intuitivamente qualsiasi oggetto che gli si ponga davanti, senza nessun vyavadhāna o intervallo, come pure senza aver bisogno di alcuno strumento (kāraṇa) o mezzo di conoscenza (pramāṇa).
Per questa ragione è nitya o eterno, perenne. Nitya significa privo di limitazioni o restrizioni temporali: il tempo è soltanto una costruzione mentale che appare al nostro intelletto durante la veglia. Poiché tutti gli oggetti che ci appaiono in veglia devono per forza invariabilmente apparire nel tempo, dobbiamo considerarli oggetti non reali in quanto condizionati dal tempo. Ma il nostro svarūpa, che illumina per mezzo della coscienza l’intera totalità di anātman limitati dal tempo, non è toccato o contaminato dal tempo che non lo può limitare né condizionare. Perciò caitanya non è sottoposto ad alcun cambiamento come lo sono gli oggetti condizionati dal tempo. Per questa ragione caitanya è anche chiamato kūṭastha, immobile. Kuṭa significa una sostanza di grande mole come una montagna. Come la montagna non si muove né vacilla anche quando è colpita da una forte tempesta, così caitanya, che è il nostro svarūpa, non subisce alcun cambiamento o mutazione nella sua essenza.Nel linguaggio comune la parola nitya, ha un altro significato, perciò si deve prestare attenzione al contesto: qualsiasi cosa sia sottoposta a continui cambiamenti, ma che perdura nel tempo, è anch’essa inappropriatamente chiamata nitya  Per esempio, non è forse vero che crediamo che questa nostra terra esista da lunghissimo tempo? Ma, secondo i geologi, la terra non è rimasta tale com’era mille anni fa senza subire alcun cambiamento; e fra cent’anni non sarà come adesso. Ciò nonostante è chiamata nitya o permanente nel linguaggio ordinario. Secondo il punto di vista delle scienze empiriche o fisiche, la “materia” o sostanza (dravya) non è mai distrutta. Può subire cambiamenti, mutazioni, trasformazioni ecc., ma la sua sostanza composta di particelle infinitesimali non diventa mai non-esistenza. Secondo questa teoria anche se noi sostenessimo o credessimo che la nostra terra possa essere completamente distrutta, la sua materia o sostanza dovrebbe comunque esistere in un’altra forma impercettibile. Ciò vuol dire che questa terra nella sua materia “elementare” è una entità perennemente mutevole. Questi tipi di entità, come per esempio i cinque elementi, sono chiamati parināmi nitya, perennemente in trasformazione. Ma quando affermiamo che caitanya è il nostro svarūpa, non intendiamo appellarci a questo uso ordinario del termine nitya, perché la Coscienza-conoscenza non esiste nel tempo né è sottoposta al parināma, cioè a qualsiasi trasformazione o mutazione. Caitanya è immutabile (nirvikāra), ossia è kūṭastha nitya vastu, vale a dire che non è cosa che faccia parte del dominio di un qualsiasi cambiamento. Oltre a ciò questo caitanya riguarda l’Ātman (pratyagātman) ossia lo svarūpa che sta nel nostro intimo.

Come abbiamo già detto sopra, talvolta pensiamo d’essere il corpo, talaltra pensiamo d’essere i sensi. Ma l’esistenza del corpo è sempre associata con la conoscenza dei sensi, quindi possiamo pensare e immaginare che i sensi siano un’essenza più interna rispetto al nostro corpo, intendendo che fra i due, i sensi siano la nostra vera essenza o svarūpa. Allo stesso modo possiamo continuare questa discriminazione e man mano, sul filo del medesimo ragionamento, concludere che il prāṇamanasbuddhi ahaṃkāra siano il nostro svarūpa più interno. Ciò avviene in quanto arriviamo a intuire che, lasciando progressivamente la componente più esteriore per considerare quella più interna, quest’ultima apparirà dotata d’una esistenza superiore alla precedente. Inoltre, comprendiamo anche che l’esistenza dell’ultima componente si appoggia sulla precedente. Perciò anche dopo essere arrivati ad ahaṃkāra è evidente che non abbiamo raggiunto il nostro Ātman, cioè il nostro reale e assoluto svarūpa. Come s’è detto, questo avviene perché il Sākṣin ha illuminato con il suo caitanya tutti i costituenti del nostro aggregato, da ahaṃkāra fino al corpo. Ha prestato la sua esistenza anche al più sottile tra questi, cioè ahaṃkāra, perciò questo stesso Sākṣin caitanya è la nostra essenza più intima, l’Ātman. Dal punto di vista metafisico, soltanto quel Sākṣin caitanya dovrebbe essere chiamato “Io”. In verità la luce divina del Sākṣin caitanya è diffusa in tutti quei costituenti, dall’ego (ahaṃkāra), all’intelletto (buddhi), alla mente (manas), al corpo (śarīra), e solo per questa ragione, nei nostri pensieri ordinari, tutti questi possono essere considerati come se fossero l’“Io”. Ma se osserviamo intuitivamente questi ahaṃkārabuddhi manas ecc., essi non sono affatto il nostro Ātman reale. Sono considerati come il nostro Ātman a causa della conoscenza erronea (mithyā). Perciò Sākṣin caitanya, che è all’ interno di queste cose manifestate, e che, in realtà, è l’Ātman di tutte quelle, è lui stesso il nostro Paramātman.